Marion
Walter Jacobs, nato a Marksville, vicino ad Alexandria in
Louisiana nel 1930, e morto a Chicago nel 1968, ad un certo
punto della sua infanzia ebbe un'armonica in mano e questa
lo portò ad essere il più grande innovatore nell'uso dello
strumento. Negli anni dell'infanzia di Little Walter, fine
anni trenta, John Lee Williamson era molto famoso e probabilmente
fu la sua prima grossa influenza e, nei suoi diversi passaggi
di città, conobbe e fu formato proprio da quelli che diventarono,
insieme a lui, i 'pilastri' della blues harp di tutti i
tempi. Non è facile diventare una leggenda da vivi e soprattutto
esserlo già a 30 anni, ma Little Walter ci riuscì. Il suo
percorso di viaggio e formazione fu lo stesso percorso dell'evoluzione
della musica blues e della gran parte dei suoi protagonisti.
A 12 anni scappò di casa e andò a New Orleans, dove suonava
per strada, un nero creolo nella città creola per eccellenza.
Stette poi per qualche tempo a West Helena, sotto l'influenza
di Sonny Boy Williamson II e lavorò alla KFFA, la celebre
stazione radio. Poi Memphis, dove non mancò Walter Horton,
poi St. Louis e poi Chicago, dove arrivò in compagnia di
David 'Honeyboy' Edwards nel 1946. Dopo qualche anno, ad
'evoluzione' compiuta e come solista, Little Walter non
fu più un bluesman tradizionale. Era bluesman fino in fondo
nelle sue origini, nella condotta di vita, nel vagabondare
inquieto e soprattutto lo era nel suo rapporto con lo strumento,
indissolubile ed unico, esasperato, difficile per lui separarsi
da quello che considerava l'esaltazione di se stesso, il
mezzo per emergere dai problemi della vita. Ma, per quanto
riguarda il suo approccio alla musica, era bluesman moderno.
Moderno non tanto o non solo per via dell'elettrificazione
dello strumento ma per la compiuta urbanizzazione del suo
stile, nel senso vero della parola. Il suo era blues di
città, eseguito con il nervosismo dell'uomo 'moderno', che
non ha niente della rassegnazione ai problemi dell'uomo
di campagna (non ce lo vedo ad interpretare 'When The Levee
Breaks'…) Questa modernità si evidenzia dal suo modo di
cantare e dal suo stile musicale, veramente unico ed innovativo,
soprattutto nelle incisioni degli anni cinquanta, che è
il periodo in cui produsse le cose migliori.
Nel suo canto l'uso di intercalare, lo slang, la sostituzione
delle parole con vocalizzi, lo 'shout' insomma tutta quella
serie di esternazioni a favore dell'espressività, tipica
del canto blues e R&B, non esistono quasi per niente. Anzi,
le parole vengono scandite bene, magari sono diverse da
una versione all'altra del pezzo, ma rimangono piuttosto
pulite. Raramente usa toni alti o bassi, si mantiene quasi
sempre sui toni medi, normali e quindi il suo è un canto
'parlato', ma non nel senso di "talkin'", nel senso che
è 'detto' e basta. Lui era così perché era il suo stile
o, forse, perché aveva bisogno di costruire aperti fraseggi
all'armonica e per farlo voleva spazio. Prima dell'amplificazione,
fine anni quaranta, o nel ruolo di sideman, abbiamo un altro
Little Walter, molto giovane, eccezionale, ma che poco somiglia
a quello che diventerà poi: il suo canto è più tradizionale
e di conseguenza anche la sua armonica lo è, con fraseggi
più corti, vibrato e tutto il bel corredo classico della
blues harp. La sua orchestra ideale era: due chitarre, batteria
ed armonica, la sua ovviamente, e basta, dove lui potesse
cantare con voce aspra e suonare in modo fluente ed abbagliante
ma credo che sia preferibile il risultato finale nei pezzi
in cui Willie Dixon gli stende il suo tappeto ritmico, ammorbidendo
ma anche esaltando la sua crudezza. Probabilmente furono
i Chess a convincere Dixon a stare alle calcagna di Walter,
sia per tenerlo a bada e sia perché arricchendo la strumentazione
i brani sarebbero stati più facilmente votati al successo.
E' verosimile attribuire a Louis Jordan il ruolo fondamentale
nel determinare l'uso dello strumento da parte di Little
Walter, non so se i due si incontrarono mai, ma è chiaro
che memorizzò gli accordi per sax e li ripropose attraverso
le ance dell'armonica, ad esempio, in 'Blue Midnight', strumentale,
lo stesso effetto di tono e melodia può ugualmente essere
ottenuto da un sax tenore. E' relativo richiamare esempi
assoluti di brani con Walter, senza specificare il disco
a cui ci si riferisce, perché ci si può accorgere che, parlando
dello stesso brano ma con 'takes' diversi da diverse incisioni,
il discorso cambi notevolmente. "(in sede di incisione,
ndr.)…la sua musica… cambiava a seconda dell'umore del momento
e tre consecutive interpretazioni dello stesso brano, in
particolar modo i suoi strumentali originali, possono a
volte sembrare tre brani differenti…" (*) …già, negli strumentali,
perché non vincolati nella struttura dalle parole. Non so
se si trattasse di pura voglia di improvvisare, scarsa memoria
o di un intasamento/sovraffollamento di idee musicali che
aveva nella testa, le quali non rientrando in quel momento
nel pezzo sarebbero state espresse in seguito, o tutte queste
cose insieme, rimanendo comunque evidente il fatto che l'improvvisazione,
propria del jazz di quei tempi, era pane per i suoi denti.
I suoi solo all'armonica sono lunghi ed articolati, legati,
con pause solo per il respiro, o per il canto, il suono
è limpido ed incisivo ed i suoi fraseggi richiamano la massima
attenzione all'ascolto. Chiaro che nessuno seppur bravo
può imitare tutto questo, è evoluzione personale propria,
una cosa così si può solo inventare, o subire malgrado tutto.
Visivamente l'immagine dell'armonicista seduto sul palco
in disparte a suonare, che si addice così tanto a Walter
Horton, per Little Walter è impossibile, lo vedo nei miei
sogni in piedi, in centro, che instancabile attacca e si
consuma nei suoi assoli sempre diversi… cambiando totalmente
il ruolo dello strumento, cambiamento che avvenne non solo
nel farlo diventare una voce amplificata, la cui vera paternità
è impossibile da stabilire, ma dandogli dignità di strumento
'guida' ed è questa la cosa importante che successe.
Il blues di Little Walter non ha bisogno di essere struggente
o estremamente espressivo per piacere, perchè sono il suo
approccio forte ed istintivo e la sua bravura innata che
conquistano, ed è coinvolgente e trainante anche se in un
certo senso più distaccato il suo modo di suonare rispetto
a quello dei colleghi del tempo. Era rivoluzionario. Ascoltandolo
oggi tutto questo può sembrare normale, ma solo cercando
di calarsi in quei tempi si può capire come fosse una cosa
nuova questa armonica usata non solo per esprimere stati
d'animo in aggiunta alle parole, ma usata con intemperanza
di stile e libertà di spazio espressivo per l'affermazione
di un'idea, di un discorso musicale diverso, il suo proprio
ed unico. Sembra (dico sembra) non cercare coinvolgimenti
emotivi in chi ascolta, lui parte e va ed il pubblico non
esiste, il 'botta e risposta' è dimenticato e quando si
riesce ad entrare nel suo 'blues world' si è fortunati,
perché si gode della sua lirica (a volte serrata, a volte
fluente) e del suo modo di raccontare la sua inquietudine.
Billy Boy Arnold raccontò che Little Walter divenne così
popolare, dopo il suo primo successo 'Juke', che nessuno
più concepì una band senza armonicista e che dopo 'Lights
Out' tutti cominciarono a provare ad usare la cromatica
(quest'ultima frase *). Come le leggende del rock, Little
Walter bruciò il suo talento e la sua vita. Dal libro di
Glenn Weiser, 'Masters of the Blues Harp', in un'intervista
riportata Muddy Waters dice: "… Little Walter was dead
ten years before he died…", Little Walter era già morto
10 anni prima di morire, facendo riferimento al vizio del
bere, che incrementò verso la fine degli anni '50, quando
cominciò la crisi ispirativa ed al fatto che girava spesso
con una pistola come un vero 'street fighter', non mancando
di attaccare lite con chiunque gli desse fastidio.
L'ultimo suo pezzo in classifica, nel 1959, fu 'Everything
Is Gonna Be Alright', profetica al contrario. A quei tempi
il rock 'n' roll aveva già cominciato a vivere i suoi momenti
felici. Morto o no, sicuramente gli anni '60 lo videro in
crisi, soprattutto compositiva ed anche la voce non era
al massimo, tant'è che stette due anni lontano dalla sala
di incisione, riprovandoci nel 1963, poi seguì un ancor
più lungo periodo di pausa, interrotto nel 1966, che fu
anche l'ultima volta per la Chess. In 'Chicken Shack', registrata
appunto nel 1966, la sua naturalezza e proprietà sullo strumento
sono intatte ma l'approccio appare indebolito. Ovviamente,
più beveva e meno componeva ed incideva, meno componeva
ed incideva più beveva, senza più sapere cosa era cominciato
prima ed il suo nervosismo perenne lo aiutava molto a provocare
risse, l'ultima, nel 1968, fu quella fatale. Ma questo lo
sanno tutti e poi a me non piace tanto finire così. Preferisco
di nuovo ricordare il suo fantastico impatto e sviluppo
sonoro e la sua grande dote compositiva, che gli fece scrivere
alcuni tra i più bei brani del repertorio blues 'moderno',
oggi diventato 'classico', come 'Just Your Fool', 'Can't
Hold Out…', 'Oh, Baby', 'Temperature', 'Everything's…',
'Blue and Lonesome', 'Blues with a feelin'', 'Last Night'
e così via e con questo ricordare che, insieme a Willie
Dixon e Jimmy Reed, è stato uno dei più prolifici autori
di quegli anni.
(*) di Mary Katherine Aldin, dal libretto di 'Blues with
a feeling'.
(SugarBluz)
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