Campli Blues Festival 2005
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Sabato 13 luglio, la seconda serata del festival e la prima per me. Dopo Fabio Treves di cui ho già detto altrove, montano il manifesto "Boogie With Canned Heat" ed eccoli arrivare sul palco.
Devo dire che mi aspettavo di meno dai Canned Heat odierni e invece hanno offerto un buon concerto. Degli originali c'è solo Adolfo detto Fito de la Parra (non fu proprio il primo batterista, ma arrivò poco dopo, come Larry Taylor), ma forse perché vogliono mantenere vivo l'onore e il suono tipico della band originaria ci mettono tutta la passione disponibile con risultati buoni nel cercare di rispettare la loro tradizione di successo, probabilmente più di quanto non farebbero i veri Canned Heat oggi,  se ci fossero ancora.
Trainante fin da quasi subito la loro performance, poi ottime "On The Road Again" e il seguito, eseguito con passione dal chitarrista e cantante "Dallas" Hodge, che fisicamente assomiglia un po' a Bob Hite, e che s'impegna tanto, riuscendo negli intenti.
L'inserto di un episodio vagamente  samba, con chitarra alla Santana, condito anche da flauto traverso,  risulta un po' estraneo, ma si riprendono subito dopo con "Same Old Blues", con sax suonato da Stanley Bahrens, che suona anche l'armonica e il flauto, comunque slow molto bello e ben eseguito.
Il flauto acquista il suo senso invece nella storica "Goin' Up The Country", Dallas Hodge ha vocione grosso, e quindi "On The Road Again" e "Goin' Up The Country" vengono affidate al canto di Stanley Bahrens, che ha voce più delicata,  lontano però mille miglia dal falsetto rauco e triste di Alan Wilson, impossibile da riprodurre. Gli altri sono: alla seconda chitarra John Paulus e al basso Greg Kage. Il pezzo migliore forse è "Chicken-Shack Boogie", è buonissimo e non richiede paragoni, seguita da "Let's Work Together", tirata e ottima. Chiudono con "Same All Over" e la piazza si infiamma.

Quando esce il piccolo gruppo formato da Roy Rogers, chitarre e voce, con la sua sezione ritmica che si chiama The Delta Rhythm Kings composta da basso e batteria,  trova il pubblico un po' diffidente dopo gli strafamosi Canned Heat, ma poi, brano dopo brano, conquista con l'esecuzione virtuosistica, ma non priva di coinvolgimento emotivo, di un folk-delta-blues elettrico sanguigno e passionale, con uso del bottleneck e di tecnica sopraffina, citando musicalmente Robert Johnson e John Lee Hooker.
Con quest'ultimo collaborò per 4 anni durante gli anni '80, facendo parte attiva nel suo rilancio e nel suo gruppo, producendogli nei primi anni '90 due dischi, che segnarono appunto il  ritorno del grande Hooker. Una "Ramblin' On My Mind" veramente notevole e di gran effetto. Un grande impatto sonoro durato per tutto il concerto: il gruppo gioiello della serata, una boccata d'ossigeno che ha risanato inconsapevolmente i polmoni affumicati della platea rocchettara.

Poi è la volta di The Blues Brothers Band, che si limita a fare musica autocelebrativa, ma non ben eseguita.
Eseguono brani soprattutto dal primo film, e qualcosa dal secondo, ma sax, tromba e trombone sembrano esitanti e  scompaginati, forse anche per colpa di problemi tecnici non so quanto gravi, ma che hanno innervosito la band, e l'impressione è stata che se ne siano andati prima del previsto. E' mancata totalmente la compattezza sonora, tanto come all'ospite Wilson Pickett è mancata la voce.

Ben dopo mezzanotte arriva Buddy Guy.
Grande presenza scenica, lui e la sua polka guitar, grande interprete e grande mito, ma purtroppo m' è sembrato che avesse più voglia di giocare che di cantare e suonare, a parte i primi brani.
Parte blues, poi contamina con funky e soul attivando la platea, ritirando fuori anche la sua melodica "Feels Like Rain" e uno sprazzo dell'allievo Hendrix.
In mancanza di vera passione musicale, non resta che godersi ciò che offre, compresi i giochetti con la chitarra, e tutta una serie di mugolii e ansimi da far invidia a Barry White. Inoltre verso la metà scende dal palco, rimanendo a suonare in mezzo alla platea giù in basso, deliziando così i pochi che erano nei pressi ed escludendo la sua vista a centinaia di persone compresa me, che neanche bene lo sentivamo, tutte impegnati poi ad agitarsi per cercare di vederlo. Sono cose che possono essere carine fatte in una piccola sala, non in mezzo ad una bolgia di un migliaio di persone.

La terza serata si presenta a rischio, come programma e come meteo, visto i nomi e vista la pioggia fredda tutt'altro che leggera caduta per tutto il giorno e, a parte la speranza BB King, non ero davvero carica. Poi per fortuna la pioggia ha smesso (10 minuti prima dell'inizio), lasciando un'umidità da record, mentre la scaletta purtroppo è rimasta quella che era, scaletta che non era compilata in ordine di apparizione, e che annunciava una sorpresa innominabile.
La mancanza di un presentatore sul palco (o nel backstage, come la serata precedente, in diretta con una radio locale) ha creato confusione nel pubblico, che s'è sentito abbandonato e   lasciato completamente a se stesso nell'immaginare il nome dell'artista sul palco. Roba da concerto autogestito in scuola occupata da studenti.
Il primo in scena non vorrei neanche nominarlo,  ma forse è necessario per definire l'assurdità della sua presenza e della sua scelta.  Già, perchè s'inizia proprio male. Dopo le bands vincitrici del concorso, molto meglio di lui, arriva un tale chiamato Luca Nesti il cui nome non mi diceva niente, e poi ho capito il perché. E' stata una presa in giro, un errore, o veramente è stato messo lì con coscienza dagli organizzatori?
Non nego che egli possa avere in futuro orde di fan, ma non di sicuro in un festival blues, anche se con le idee confuse come questo. Bè, è meglio che non dica niente su  costui, la sua band, e su coloro che l'hanno messo lì.

Arriva The Blues Band, che non ha entusiasmato granchè nonostante fosse più o meno tutta la formazione storica, tranne il batterista credo, presentando un english blues piuttosto piatto, un po' spento, che non si fa ricordare, a parte l'energica "Flatfoot Sam" la quale,  nonostante Tom McGuiness ne abbia suonato un pezzo con la chitarra dietro la schiena, è apparsa fresca e interessante.

Quando ho visto la preparazione del palco per i successivi ho cominciato davvero a preoccuparmi, dati i precedenti, dato che B.B. King era ancora lontano a venire, e dato che vedo portare fuori delle sedie, seguite da grossi leggii di legno con sopra gli spartiti. Curiosità mista a terrore.
Poi qualcuno appoggia un contrabbasso a una delle sedie e, per fortuna, altrimenti sarebbe stato veramente un suicidio, l'ospite cosiddetto a sorpresa era David Johansen, chitarra e voce, irriconoscibile con baffi e pizzetto.
Lo ricordo come ex-New York Dolls e successivamente come Buster Poindexter con la sua cabarettistica, ma bella versione di "Hit the road, Jack!", ma niente di più. Ora mi vengono i dubbi di aver perso qualcosa. Con una band chiamata The Harry Smiths, ha proposto brani di difficile definizione e di rara bellezza, con uno stile country colto, blues raffinato, roba da bianchi, ma che splendore, originalità e perfezione!
Finalmente qualcosa di bello, le sedie le hanno usate solo per appoggiarci il piede e il quintetto ha suonato che è stato un piacere, assolutamente omogeneo, buona musica e buon canto e uso azzeccato della slide, del dobro, della classica e addirittura del mandolino.
Quando poi è comparsa anche l'armonica e hanno eseguito "Don't Start Me Talking", non credevo alle mie orecchie. Stupenda, seguita da un'altrettanto bella ed evocativa "Poor Boy Blues". Il batterista uno spettacolo da guardare, essendo sopraelevato su un gradino bene si vedeva, di gran classe in tutti i sensi, con una postura eretta e un movimento di braccia assolutamente misurato, d'estrazione jazz (avevo con me un invidiato cannocchiale).
Johansen è cresciuto, spero che questa sia la sua ultima metamorfosi in campo musicale, a meno che non si avvicini ancora di più al blues, il che sarebbe auspicabile, per i miei gusti è un po' troppo country, ma la sua interpretazione dei classici blues è buona e molto interessante.

Purtroppo, dopo tutta questa finezza di poesia e armonia musicale, arriva una superband (nel senso di affollata) a rovinare tutto, anche questa non presentata mentre la gente guardava smarrita la locandina.
Il nome era scritto ed è quello di Bob Weir, di cui l'unica cosa che so è che è un ex-Grateful Dead, con la sua band dal nome alquanto azzeccato di 'Ratdog'.
Non credo di aver mai visto qualcosa di simile. Dico subito che non era blues e neanche un discendente qualsiasi della famiglia. Oltre alla bruttezza delle canzoni, il problema è stato che ne hanno fatte tante, tutte uguali, tutte interminabili, e dall'inizio alla fine è stato un unico, lunghissimo tormento easy-listening (per modo di dire easy), con una marea di strumenti che suonavano, e Bob Weir che ha suonato e cantato sempre la stessa canzone.
Il pubblico ha erroneamente applaudito con generosità (l'esterofilia è ancora ben radicata qui da noi), ma sono convinta che persino la gran massa incolta ad un certo punto si è svegliata e ha capito di aver applaudito perché era stata ipnotizzata dal pesissimo suono. Alla fine della loro scaletta, forse per riscattarsi, ma sicuramente per conquistarsi le simpatie, hanno scomodato un grande e si sono attentati ad eseguire "Johnny B. Goode", che però è risultata come i cavoli a merenda perché, fatta così, non è stata in linea né con la loro roba, né con il blues, neppure con il rock.

Ora me ne voglio dimenticare perché finalmente, quando è stato il momento di B. B. King e della sua  incredibile quasi tutta nera band (tranne uno), con i fiati, i completi eleganti, tutto il necessario bagaglio di feelin' e groove, aggiunti a professionalità, mi sono resa conto che era valsa la pena aspettare e subire tanto.
Esce la band e ci pensano loro a rimettere le cose a posto, a far sentire com'è la musica quella bella, suonando in pieno stile big jazz band anche nel fatto di fare brevi solo a catena, snocciolando note grasse una per una e creando un insieme straordinario, mettendo in evidenza i singoli strumenti e l'esperienza di ognuno. E' inutile non si può descrivere l'arte nel tempo, non rimane impressa sul muro, bisogna solo sentirla.
Quando è uscito lui, è entrata la leggenda. Una leggenda che ormai è stata spremuta tutta, ma che in buone serate forse può riservare ancora qualche sorpresa. Ci speravo, ma avevo paura che si limitasse (come Buddy Guy) a fare qualche chiaccherata tra un tocco e l'altro di chitarra con una mano, invece no, ha chiaccherato sì, ma solo per creare confidenza tra il pubblico e la sua musica, dimostrando d'esser alquanto generoso. Con una giacca colorata e sgargiante alla Willie Smith (l'attore) non ha creato altri effetti che non quelli suoi naturali, ha sciolto le corde ed è partito.
La maggior parte della gente, prima che uscisse B.B., deve aver confuso il suo chitarrista per lui (B.B., da star,  è comparso naturalmente dopo un po'), perché quando è uscito il gruppo e il chitarrista ha preso posizione l'ovazione della gente è stata esagerata per uno che ancora non aveva suonato, e del quale non si sapeva ancora niente.  B.B. poi ha detto qualcosa a questo proposito durante il concerto, tipo: "L'avevate scambiato per me, e vi stavate domandando 'tutto qui?'". Non si può dire che la platea del Pistoia Blues sia una platea preparata a far belle figure.
Le musiche, i classici dei classici, "Rock Me Baby", "Key to the Highway", "Caldonia", "The Thrill Is Gone", "Early in the Morning" e così via su questo filone, avrebbero potuto suonare qualsiasi cosa che sarebbe uscita comunque con stile, come nel caso dell'intermezzo traditional di "... you are my sunshine, my only sunshine..." presentando il quale  ha detto, da vecchio briccone, "only for the ladies". Nel complesso una performance non molto lunga, ma ben calibrata.
Alla fine, ha detto tante volte grazie, grazie (in italiano).
Ma grazie di che? Grazie a te, B.B. King!


(Sugarbluz)
Tuesday, September 14, 2004

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