Campli Blues Festival 2005
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Il duo acustico padovano Cocco e Bisson ha offerto una scaletta di brani senz'altro apprezzabile anche dal punto di vista della ricerca nella tradizione folk e country blues, presentando classici come John Henry, Two Trains Runnin' e la famosa canzone di amara constatazione Black, Brown and White di Big Bill Broonzy, alternando con originalità texane come Lil' Son Jackson (artista Gold Star come Hopkins, ora edito da Arhoolie) e la sua Bad Whiskey, Bad Women e il Crosstown Blues di Snooky Pryor, più una loro composizione dal titolo Breakdown, per poi concedere a loro stessi in chiusura di scatenarsi con Shake Your Boogie.
Bisson si dimostra un chitarrista abile e inventivo, peccato però che abbia scelto di non cimentarsi in almeno un paio di brani con lo slide, anche per variare un po' le sonorità.
Cocco mi è sembrato un armonicista con esperienza e buona tecnica, forse solo un tantino ripetitivo nei suoi riff e un po' troppo, a mio parere, riempitivo: capisco che è un duo e quindi non si scappa (al canto c'era Bisson), e che il carattere country-folk è più vivace da quello strettamente blues, però il rischio è quello di saturare troppo le orecchie degli ascoltatori, tralasciando poi l'attenzione per un suono più deep.

Corey HarrisIl taciturno Corey Harris, chitarra e voce terrigna, era sul palco con una formazione a tre, agile, compatta e pressoché perfetta, formando insieme un suono pieno, avvolgente, ricco.
Il batterista, John Gilmore, è estremamente caratterizzante, perfetto per le contaminazioni di Harris: non so se l'ha cercato e trovato già fatto così, o se i due si influenzano a vicenda, nel senso che ciò che gli concede rientra bene nel ponte che Harris traccia dall'Africa all'America (passando pure per le West Indies), con una percussiva tribale e soffice, una complicata ed efficace poliritmia d'indubbio fascino e scioltezza, con dentro tutta la suggestione e la complessità della ritmica del centr'Africa.
Il bassista Victor Brown sembra essere stato più di supporto per Harris stesso quindi, il quale suonava non il dobro come forse molti si aspettavano, ma una chitarra elettrica, con uno stile (blues), una compostezza e una precisione ammirabili, creando i tre un impatto sonoro sicuramente ricercato e non semplice, ma indubbiamente efficace, con anche momenti di grande suggestione e coinvolgimento, nonostante Harris sia parso un po' distaccato, poco affabile e molto evidente il suo bisogno di accordare la chitarra quasi ogni brano, con pesanti silenzi tra una ripresa e l'altra. Vic Brown
Lo stile di canto e alcune delle melodie che adotta sono di chiara influenza africana, ma ho apprezzato la scelta dell'alternare brani con molta influenza afro con quelli più tipicamente deltaici, di modo che sia i bluesofili più esigenti che i più allenati allo stile di Harris non rimanessero delusi, facendo arrivare alla conclusione che, gusti per gusti, si è trattato in ogni caso di un bel concerto, sul filo fine di una contaminazione calibrata e piena di buon senso e che il blues, grazie anche al tipo di formazione presente qui (musicisti e strumenti), non è certo venuto a mancare. L'alternanza di brani lenti con brani veloci ha ulteriormente permesso la digeribilità di un pout-pourri musicale che, del resto, si rispecchia anche nella sua discografia, e che anzi qua, per fortuna, è apparso molto più uniforme, persino quando già all'inizio è passato da un brano come Catfish Blues molto verace e molto delta (mantenendo una modulazione vocale araba/africana) a, subito dopo, uno come Sista Rose, rastafari, con quel suo ritmo e sapore caraibico.
John Gilmore Credevo fosse venuto per presentare il suo ultimo disco "Mississippi To Mali" invece, giustamente mancando i musicisti africani e no ospiti nel disco, ha preferito pescare dagli altri dischi, come appunto "Downhome Sophisticate" o "Fish Ain't Bitin".
Insomma ho gradito la prevalenza di questa scelta delta-elettrica e brani come 5-0 Blues e Special Rider, anche se l'altro Corey Harris che preferisco è quello che si è unito a musicisti come Henry Butler e con il suo piano in stile New Orleans,  fiati tipo tromboni e tuba, perchè sognare di Congo Square non fa mai male.

Sam Myers & Anson FunderburghDopo aver visto Sam Myers penso che cambierò il modo di dire "fuma come un turco" con "fuma come Sam Myers".
Forse non è un buon inizio per presentare un musicista e le sue doti, ma questo suo vizietto ha caratterizzato non poco la scena del concerto e senz'altro anche le sue corde vocali, in ogni caso meglio di tante altre,  che però sicuramente patirebbero meno le bizze del tempo e gli alti e bassi delle varie giornate, se non fossero costantemente affumicate.
In effetti, il pubblico era in fremente attesa vedendo lui accompagnato molto lentamente fuori sul palco, conquistando, altrettanto lentamente, quella posizione che poi avrebbe mantenuto per tutto il concerto, mentre Anson Funderburgh e i suoi Rockets già stavano introducendo con un bel strumentale texas-style (attraverso il quale il parallelo con i T-Birds è inevitabile), ma quando poi,  sempre pian piano, ha cominciato a frugare con le mani (senza abbassare la testa) a livello del suo petto, tutti siamo stati di nuovo in attesa per vedere che stava tirando fuori: forse un'armonica "speciale" tra quelle che portava addosso in bell'evidenza?
Anson FunderburghNo, solo un portasigarette piatto, che mostra a tutti con orgoglio prima di estrarre con la moviola una sigaretta per fumarla, mentre la banda continua a suonare: rifarà quest'operazione almeno un altro paio di volte.
Aldilà di questi quick break, Sam Myers e i suoi fidi dispensatori di suono hanno concesso il rock this house, con finalmente il classico blues ballabile sempre gradito all'interno di una serata tutto sommato buona e proporzionata, ma fino lì un po' "didattica".
Ha non solo fumato, ma anche parlato molto, Sam Myers, a volte ripetendosi, elogiando in particolar modo John Hammond (mi sembra d'aver capito si trovasse dietro le quinte) e ricordando quando fu a Rovigo la prima volta 14 anni fa, sbagliandosi di un anno, perché fu il 1991. Oltre a questo ha offerto il mito vivente del vecchio bluesman, con voce pastosa e vellutata e ancora un buon uso dell'armonica, nonostante quella che sembra artrosi, dal quale evidenzia che, anche in mancanza di movimenti accompagnatori e di saltelli sul palco, può riuscire ad ottenere un suono robusto e variopinto che non ha bisogno di aggiungere altro colore alla sua efficacia, dando tutto quello che ci si aspetta da un bluesman, senza fretta, senza enfasi, senza aver dimenticato da dove viene, ben supportato da una band dal solido background e dal suono ruvido, essenziale, fluido.
Sam MyersLo show è rappresentato da lui, da ogni suo gesto, ma in realtà è Anson Funderburgh che tira avanti la carretta, infatti, pur rimanendo quasi sempre dietro, avanzando solo in caso di assolo (sempre brevi e ben sviluppati, che Dio l'abbia in gloria), ha dimostrato di saper gestire un'economia musicale che non è da tutti e un rispetto assoluto per il pezzetto di storia blues che aveva davanti, rendendo evidente che entrambi beneficiano della presenza e dell'esperienza dell'altro; del resto, se così non fosse, non sarebbero ancora insieme dopo tanto tempo. Senz'altro buoni anche gli inserti di John Street, ottimamente diviso tra la tastiera elettrica e l'organo Hammond.
Tutti gradevoli e ben fatti i brani proposti, nessuno escluso, da Come On (Let the Good Times Roll) a The Last Time, da Young Fashioned Ways a Pawnbroker, da Let's Have a Natural Ball a Sloppy Drunk.
Non ho molto altro da dire se non di non perderli se saranno sul vostro cammino: non sarà certo roba dell'altro mondo, ma chi ha bisogno della roba dell'altro mondo?


(Sugarbluz)
Tuesday, September 14, 2004

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