Campli Blues Festival 2005
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La seconda serata si è aperta con The Bluesmen, storico gruppo di Ferrara che già conoscevo perché ho il loro primo buon cd. Sicuramente hanno alzato il livello esecutivo-stilistico rispetto al gruppo locale della sera prima, ma hanno presentato un repertorio piuttosto scontato quando si è trattato di rifare classici del blues (classici non significa sempre quelli! Di Help Me non se ne può più e di Crossroads pure) e, dopo un discreto inizio in cui i quattro hanno suonato su livelli paralleli ben dosati a seconda delle caratteristiche del brano, dalla metà in poi il chitarrista/cantante, nonché uno dei fondatori del gruppo, Roberto Formignani, dotato comunque di buona tecnica e di sensibilità stilistica, ha però purtroppo preso la parola in modo invadente, infarcendo con i soliti lunghi assolo (ma tutti questi gruppi -anche americani- che riempiono i nostri blues festival, dove li hanno mai sentiti questi lunghi assolo  rockettari che non raccontano di nulla? In quali dischi di blues?)
Buono e nelle righe mi è parso l'armonicista, Antonio d'Adamo, presente quel tanto che basta senza sforare, e che comunque è in perfetta sintonia con il chitarrista, dimostrando chiaramente che è da tanti anni che suonano insieme. Buona anche la sezione ritmica, formata da Bruno Corticelli e Roberto Morsiani. Hanno presentato diversi pezzi originali, tratti dal loro ultimo cd (il secondo), che però sono poco aderenti al blues, ma assai più vicini a una fusione di country-jazz-blues che sembra mirare alla raffinatezza stilistica del tipo "guardate come siamo bravi", che alla concretezza sonora e d'intenti del blues.
Insomma, come al solito purtroppo si ricade nello stesso inghippo. Posso capire come all'inizio il nome della band sia nato da una loro passione, ma dovrebbero capire che non ha senso chiamarsi in quel modo se poi da quello che suonano emerge tutt'altro, cioè un compito ben fatto che non sa tanto di blues e anche un po' noioso.
Qualcosa che ha a che fare con la provincia di Nashville forse, ma non tanto con Chicago, Memphis, Clarksdale. Qualcosa che ha a che fare con la musica country americana dei bianchi. Ogni tanto emerge un po' di puro swing, come in Super-Shuffle, però sono solo momenti e così sembrano quasi fatti per dire che, in fondo, conoscono il blues. Peccato davvero però che questi momenti ricordano pavimenti tirati a lucido con la cera, non il dancing floor di legno grezzo del blues.

General Gypsy CarnsPer preparare il palco a General Gypsy Carns (con sottotitolo The Blues Preacher) c'è voluto più tempo che per la All-Stars Band, nonostante questi sia un one-man-band e, sembra, un vero predicatore.
Infatti, prima di iniziare, oltre a sistemare gli strumenti (chitarra dobro, armonica sul supporto, tamburelli alle gambe) e le apparecchiature elettroniche (stomp box) e mettere il tutto sopra e attorno ad un grosso piano di legno rialzato (dove negli altri casi ha preso posto la batteria), sul quale poggiava il suo seggiolino con imbottitura tigrata, ha dovuto espletare tutta una serie di riti, tra cui il salutare silenziosamente il pubblico agitando la Bibbia sopra la testa, da avanti a indietro trovandosi di fronte e poi mettendosi di lato, tirare fuori e appendere all'asta del microfono e al suo collo diversi gingilli, tra cui un grosso crocifisso e, infine, caricare se stesso dell'enfasi necessaria.
Su questo personaggio, come potete vedere, ho più da dire riguardo alla sua preparazione del palco che su quello che ha fatto musicalmente. Devo ammettere che mi trovo in difficoltà, perché non penso di sapere quello che ha fatto. Non so cosa ho sentito. Non ho riconosciuto niente in quei suoni ma, a parte questo, non mi è piaciuto niente di quello che ha fatto. Provo ad andare per esclusione.
Dunque, ha citato Blind Willie Johnson, Son House e Howlin' Wolf, ma non ho riconosciuto niente di questi. Ho pensato anche al gospel, ma pure questo mi è sembrato lontano, avendo più urlato fino a farsi scoppiare le vene del collo, che armoniosamente cantato, mentre batteva la gamba sul legno per  agitare i tamburelli, non dimenticando di soffiare ogni tanto dentro l'armonica.
Forse, per cercare di farvi capire, posso dire che era una specie di gospel-punk? Pensate a una musica che non rilassa, per niente. Ha anche parlato molto. E' una specie di cattivo-preacher, o un santo-rocker? E' uno di quegli individui che gira l'America suonando nelle strade cercando di farsi dei seguaci?
Se fosse tutto ciò, o altro, non ci sarebbe niente di male, però io non so dire cos'è. Comunque, ascoltarlo, è stato per me abbastanza tormentato. So che ha presentato il suo ultimo disco, anzi l'ha letteralmente regalato a chi lo voleva prendere con le sue mani dal bordo del palco. Naturalmente, sono spariti in 10 secondi perché erano gratis, o forse perché ha trovato qualche sincero fan; se l'avessi preso ora forse saprei fare una recensione, però avrei anche dovuto riascoltarlo. Deve essere però un gran simpaticone, sentivo certe risate provenire da dietro le quinte dopo il suo show e mentre i tecnici preparavano il palco per la All-Stars Band!

Bob StrogerIl senso della musica piacevole e del blues di Chicago si ritrovano quando escono dapprima Willie Smith, Bob Stroger e James Wheeler.
Sui primi due ho già detto altre volte (ma qui ho visto Stroger veramente su di giri) e non hanno smentito la loro fama, su Wheeler posso dire che l'avevo sentito in tempi recenti nei brani dei Mississippi Heat (che, almeno negli anni '90, era una band di qualità) a cui approdò dopo aver lavorato 7 anni con Otis Rush, e che mi è sembrato un chitarrista di tutto rispetto e ottimo bluesman, che solo recentemente ha inciso per conto proprio (con Delmark), ma credo più interessante dal vivo che su disco, abituato com'è a fare il sideman nei concerti da una vita.
Wheeler ha offerto una performance in veste di leader breve, ma piacevole, ben a suo agio, alternando brani lenti a veloci, tratti dai suoi cd, tra i quali Cold Hearted Woman (bella) e Gonna Make Some Changes, fino ad arrivare al turno di canto di Stroger che ha intonato Stranded in St. Louis (come a Lucerna), e a Smith, che da dietro la batteria ha guidato una Hoochie Coochie Man corale con il pubblico.
Detroit JuniorSubito dopo esce Detroit Junior, pianista storico che ha attraversato gli anni e i luoghi ruggenti del blues insieme ai suoi protagonisti più importanti, che è stato il pianista di Howlin' Wolf per diverso tempo (ma anche di J.T. Brown, James Cotton, Eddie Taylor…) e che, pur su una tastiera  elettrica, ha vivacizzato ulteriormente lo show, sia per la gestualità che per l'energia profusa in pochi ma intensi brani, energia che ha buttato giù da subito con un boogie-blues di riscaldamento, proseguendo con uno dei suoi cavalli di battaglia, Call My Job e una scatenata, coinvolgente versione di What'd I Say. Potrebbe sembrare che ha fatto il sambo dentro uno spettacolo per turisti, ma a me sinceramente non è parso, anzi non avendo comunque mai visto queso numero, a me questo incrocio tra Fats Domino e Ray Charles, con una sua rispettabile personalità, ha divertito. Del resto di solito non mi faccio problemi deontologici durante un concerto, per la maggior parte bado solo a quello che mi piace d'istinto senza pensarci su, non so se è la via giusta, ma non riesco a fare altrimenti.

Billy Boy ArnoldDevo dire che dopo tutta questa euforia l'ultimo uscito sul palco, Billy Boy Arnold, ha spento un po' gli animi, con uno show senza picchi, non per questo brutto o negativo in tutto, o non piacevole, ma un po' piatto e non incisivo, né alla chitarra né all'armonica, quasi come se il leader in quel momento non fosse lui, convincente forse solo nel canto con una buona interpretazione dei brani. Tra questi però credo che qualcuno si poteva evitare, sostituendo con qualcosa di più originale, tipo la solita I Ain't Got You, un brano che ha presentato come Man of Considerable Taste, in odore di "Mannish Boy" e Wandering Eye in odore invece di "Hoochie Coochie Man" (tra l'altro fatta appena prima).
Ricordo anche Fine Young Girl e una sua versione di "Early in the Morning", Come See Me Early in the Morning e Bad Luck Blues, tutto questo ed altro però abbastanza noioso, anche se accettabile; mi sono sentita in bilico cioè tra il desiderare sul palco qualcuno che rischiasse di più, avendo l'esperienza per farlo, oppure semplicemente accontentarmi di una monotonia che d'altronde non rischiava di cadere nell'eccesso.
Billy Boy Arnold, Bob Stroger, James WheelerQuesto problema ovviamente attanaglia solo i mediocri, oppure i veri geni in giornate no. Il problema di Billy Boy però non è sicuramente quello di essere un mediocre totale, non come capacità almeno, ma non è nemmeno un vero genio, semplicemente dovrebbe e potrebbe cercare una strada un po' più personale, una Billy Boy way, senza cercare di imitare Muddy Waters, come a me è sembrato volersi ispirare in tutto e per tutto. Forse, essendo la sua prima volta in Italia, si è sentito un po' perso, magari in America è più temerario.
A questo punto speravo in un finale un po' più interessante e, invece, si è svolto secondo il già visto copione, Willie Smith scende dalla batteria lasciando il posto a Tony Mangiullo (il proprietario del Rosa's Lounge di Chicago con il quale il Festival è gemellato), aggiungendosi al gruppo anche Bill Perry, che credo scalpitasse da un po' per aggiungersi, rimanendo però per fortuna dentro la polifonia, per poi chiudere con lo stesso Smith all'armonica e con la solita Got My Mojo Working.

[Castel S.Pietro 2004 - I serata ]


(Sugarbluz)
Tuesday, September 14, 2004

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