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Intervista con Enrico Crivellaro, Lucerna (Svizzera) 15 Nov 2003

Siamo nel backstage del Lucerna Blues Festival. Abbiamo appena concluso l’intervista con Kim Wilson ed ora ci attende Enrico Crivellaro che vediamo scaldarsi nel sound-check con Mel Brown , Bob Stroger e Will Big Eyes Smith. Enrico ci vede dal palco e ci manda un sorriso dei suoi. E’ emozionato a star lì sopra e si vede un po’. Penso a cosa gli stia passando per la testa, in fondo anche per noi solo parlare con Wilson è stata una grossa emozione. E figurati cosa deve pensare uno che deve suonare con Will che fa da capotreno! Ti mette giudizio. Ma dalle prime note, dopo quel minimo di disorientamento che avrebbe qualsiasi persona che si ritrova a suonare con i suoi maestri manda giù un respiro e parte. Questa è la chitarra che conosco! Ora il sorriso è per se stesso e per la band.

Scende e ci viene a raggiungere. Dopo i saluti di rito, ci aggiorna a dopo perché deve ritornare in albergo. Gli facciamo un grosso in bocca al lupo, mentre RJ Mischo sale sul palco a scaldare l’armonica. Lo rivedremo dopo, lì sopra con un pezzo di storia del blues della quale farà parte anche lui questa sera! Del concerto parleremo ulteriormente in altra sede, ma Enrico è stato grande, vedere Mel Brown e Bob Stroger che si lanciano occhiatine di approvazione mentre parte in solo sono cose che gli possiamo solo raccontare e che non può vedere tanto quanto si lascia andare nell’interpretazione. E lì con loro e sta facendo come sempre il suo meraviglioso lavoro, Brown canta “ The Sky is crying” ma solo la prima strofa….dopodiché lascia lo spazio con un cenno della testa ad Enrico…..non vorrei mai trovarmi in quella situazione, cavolo è tutto un altro modo di suonare per noi così dediti alla meticolosa preparazione, ma lui lo fa egregiamente come se quella specie di session gli desse l’opportunità di dire: “Ok Mel..quel che non hai voglia di dire ora lo dico io!!!!!”. E lo dice, caspita se lo dice! La sua Strato scalpita, e frusta, con gusto e suono pieno, gronda di original funk quasi a reggere i colpi impressionanti di rullante di Willie, irrobustisce il sound…lo arrotonda e lo fa sprizzare di freschezza anche dove i simpatici “vecchietti” sembrano rilassarsi un po’ troppo. Una miscela esplosiva. Ma lui ci sta dentro. E’ quello il suo segreto. Cinguetta piano la sua chitarra quando c’è invece da guardarsi dentro nel blues, quando tutti sono in silenzio ad ascoltare piccole note che vengono dal profondo del cuore. E anche la band come la gente lo ascolta. Non sta lì per strabiliare, ce l’avrebbe i numeri tecnici per dire agli ammiratori dei supervirtuosi “Eccomi ci sono anch’io eh!!!!”, eppure sceglie come ha sempre fatto l’idea del gusto. Dello stare nella musica che sta suonando con rispetto ma anche con personalità ed è questo che c’è sempre piaciuto di lui.

Scende dal palco, cartellino da artista al collo, e ci viene a cercare tra le gente mentre suona Wilson, oltre agli abbracci ed i complimenti ci gustiamo insieme con rispetto quell’altro maestro.

Ci vedremo dopo per parlare al Casinò Bar, prima della session con Sugar Ray, ed è lì che nasce questa intervista con Enrico Crivellaro, il miglior, con rispetto degli altri, chitarrista italiano di blues.

D - Ciao Enrico, innanzitutto ben trovato.Sono passati un bel po’ di anni da quando ci siamo conosciuti a Terni. Eri già un giovanissimo chitarrista di talento e con una autentica conoscenza del blues, e da allora di strada ne hai fatta e con merito. Ti trovo in ottima forma. Stasera è stata una serata importante per te e la tua carriera. Che emozioni hai provato a condividere la scena con personaggi che hanno fatto la storia del blues?

EC - Ciao Michele, è un piacere grandissimo rivederti. Ti ringrazio per i commenti e devo dire che non è cambiato molto rispetto a quando ci siamo conosciuti a Terni molti anni fa. A parte il numero dei miei capelli grigi! Senz’altro non è cambiata la mia passione per la musica, per il Blues, e la voglia di capire non soltanto la musica afro-americana, ma soprattutto la cultura da cui è nata e che la alimenta. Come saprai, nel frattempo ho vissuto diversi anni negli Stati Uniti. E’ stato un viaggio di scoperta entusiasmante nel corso del quale ho capito che la direzione che dovevo prendere era quella della transizione da chitarrista a musicista. Se un tempo passavo le giornate a studiare—spesso in maniera sterile—gli assoli che sentivo nei dischi, la permanenza negli Stati Uniti mi ha insegnato che la musica è imprescindibile dal contesto sociale e che quindi ciò che conta non è presentare ai tuoi ascoltatori una canzone perfetta, ma piuttosto dare loro una canzone che li emozioni. Ciò che emoziona la gente non è un’esecuzione senza difetti, quanto piuttosto il significato di ciò che stai suonando. E il significato di una canzone è radicato nei valori culturalmente e socialmente condivisi di un popolo. Per fare un esempio concreto, ho iniziato a capire che la dinamica non è soltanto il suonare piano o forte, ma anche, durante un concerto, offrire a chi ti ascolta un pezzo o un momento aggressivo, uno dolce, uno triste, uno rilassato, uno divertente. E’ il segreto dei grandi maestri del Blues che oltre ad essere dei bravissimi esecutori, sanno anche creare con la loro musica dei sentimenti che tutti percepiscono perché sono universali. Ho avuto la fortuna di suonare con molti veri bluesmen che mi hanno fatto capire come il sentimento sia la spina dorsale della musica. Quanto a questa sera, credo che bluesmen “veri” quanto Mel Brown, Bob Stroger e Willie Smith ne siano rimasti ben pochi. Essere sul palco con loro è stata una grande lezione, oltre che chiaramente un onore incredibile, e un’emozione che va ben oltre la musica. Iniziai ad ascoltare i dischi di questi musicisti all’età di otto anni, e questa sera in un paio di occasioni ho sentito Willie fare dei passaggi di batteria che ricordavo da dei vecchi dischi di Muddy Waters. Non ho potuto fare altro che girarmi per essere sicuro che fosse proprio lui dietro la grancassa, e commuovermi. Mi è capitato altre volte di suonare con alcuni dei miei idoli, ma credo che questa sera la realtà abbia superato anche i miei sogni, e sono colmo di gioia e di emozione.

D - Vuoi parlarci del tuo ultimo lavoro “Key to my Kingdom” con la canadese Electro-Fi? Ho notato un grande gusto, importanti partecipazioni ed un tributo allo stile west-coast. Che penso sia il tuo preferito.

Enrico's first release
Key To My Kingdom

EC - Mi risulta sempre difficile esprimere giudizi sereni sul mio lavoro…sono sempre molto critico! Credo comunque che “Key to my Kingdom” sia tutto sommato un buon disco e un buon inizio. L’idea con cui l’ho intrapreso era quella di mettere insieme alcuni dei musicisti piu’ rappresentativi del mio lavoro degli ultimi dieci anni. Di qui la scelta di chiamare Bruce Katz, che mi ha sempre incoraggiato sin dal mio primo viaggio in America e che comunque è sempre stato il mio pianista e organista preferito. E poi James Harman, nella cui band ho suonato per oltre un anno; Finis Tasby con cui ho fatto due tour in Europa e con il quale conto di suonare molto in futuro; Alex Schultz che è un mio grande amico e che mi ha sempre aiutato in California (una delle prime date che ho fatto a Los Angeles era con Alex al basso—mi sembrava assurdo che io stessi suonando la chitarra e lui il basso!); Scott Steen dei Royal Crown Revue, un eccezionale gruppo swing del quale ho avuto il privilegio di essere il chitarrista; Jeff Turmes con il quale ho suonato moltissimo nella band di Janiva Magness; il bassista Rick Reed è anch’egli compagno di tantissime avventure, con la James Harman Band, la Lester Butler Tribute Band, Lynwood Slim, e molti altri; Steve Mugalian è il batterista di Rod Piazza e insieme a Rick Holmstrom è stato uno dei primi amici che ho avuto a Los Angeles.

In sostanza il disco voleva essere un riassunto del lavoro di questi anni e mi interessava avere non dei session men, ma delle persone che rappresentassero un po’ il mio mondo musicale. Non è stato facile averli in studio tutti insieme e sono orgoglioso di avercela fatta, anche se l’organizzazione del disco ha richiesto un anno di tempo.
Una volta in studio con tutta questa gente fortissima, ho cercato di dare spazio a tutti, e quindi di non fare un disco con la chitarra onnipresente, ma piuttosto un lavoro in cui in primo piano fosse la Musica. D’altra parte con dei cantanti del genere preferisco semplicemente fare un passo indietro e stare ad ascoltarli! E credo che chi ascolterà il cd sarà d’accordo con me. Mi ha fatto un piacere grandissimo leggere delle ottime recensioni su riviste importanti come Real Blues, Blues Revue, King Biscuit Times etc, in cui viene dato risalto al fatto che tutti i musicisti hanno spazio nel disco, che gli arrangiamenti sono curati, e che le scelte dei pezzi non sono banali. In effetti suonare in maniera misurata è spesso difficile, e sono contento che dal cd e dagli arrangiamenti traspaia una certa maturità.

D - La Electro-Fi Records produce anche artisti del calibro di Snooky Prior, Harmonica Shah, Mel Brown and the Mississippi Wrecking Crew appunto. Ho visto anche che hai partecipato al suo nuovo lavoro “Blues is a Beautiful Thing”. Penso sia una bella soddisfazione per un chitarrista italiano avere la possibilità vedersi prodotto un proprio lavoro solista e poter lavorare con questi mostri sacri . Come è nata questa collaborazione con la casa di Toronto?

EC - La Electro-Fi è una etichetta eccellente, canadese ma con una sede anche negli USA (in un posto bellissimo, ad un chilometro dalle cascate del Niagara) il cui prestigio internazionale è dovuto al rigore e alla politica di “non compromesso” con cui lavora. Produce soltanto sei dischi all’anno, quindi piuttosto pochi, ma tutti selezionati secondo criteri di qualità e di rispetto per la tradizione blues. Il proprietario, Andrew Galloway, è una persona gentilissima, un grande intenditore, e senz’altro uno con le idee chiare. Per tutti questi motivi mi sento assolutamente onorato di essere su questa etichetta. Quanto all’essere italiano…devo dire che ho sempre cercato di propormi non come chitarrista italiano, ma semplicemente come chitarrista. Trovo che nell’ambiente del blues negli Stati Uniti si presti—giustamente—molta piu’ attenzione al modo in cui uno suona piuttosto che al Paese da cui proviene. Non ho mai avuto nessuna difficoltà a suonare in un gruppo americano perché sono italiano, ne’ mi sono sentito discriminato sul palco. Andrew Galloway ha avuto lo stesso atteggiamento quando si è trattato di produrre il disco. Semplicemente gli è piaciuto e ha deciso di farlo uscire sulla sua etichetta. Gliene sono molto grato anche perché, in un mondo (e non parlo soltanto del mondo della musica) che sta diventando sempre piu’ chiuso, diffidente, e timoroso di chi è “diverso”, incontrare e lavorare con gente che non ha pregiudizi è senz’altro un privilegio. In ogni caso per avere un contratto con una buona etichetta non basta inviare un demo ed essere fortunati. Andrew riceve centinaia di proposte ogni mese, anche buone, ma nel suo metro di selezione rientra anche la conoscenza diretta dei musicisti, la fiducia, e il potenziale che una band o un singolo musicista possono avere. Negli ultimi anni ho trascorso parecchio tempo suonando in Canada, soprattutto nell’area di Toronto. Andrew ha quindi avuto modo di vedermi suonare, di conoscermi di persona, e di capire quali fossero i miei progetti e le mie intenzioni. Questo aiuta moltissimo. Aiuta molto anche fare il disco in maniera indipendente, per poi venderlo ad una etichetta. Purtroppo molte etichette di blues non possono piu’ permettersi di investire in un disco senza essere sicuri dei risultati, quindi preferiscono che uno si presenti con un lavoro gia’ interamente o in buona parte terminato. Un artista giovane che invia un demo ad una etichetta molto spesso non viene preso in considerazione perché la casa discografica non può prendersi il rischio di pagare la registrazione del cd sperando che i risultati saranno buoni. I discografici vogliono certezze e anche se spesso hanno tutte le intenzioni di provare a produrre un artista emergente e di contribuire a creare il sound di un nuovo cd, sono costretti dalla realtà dei fatti a lavorare con dischi gia’ registrati indipendentemente.

D - Kim Wilson prima ha avuto parole di elogio nei tuoi confronti. Tra l’altro ho visto con lui stasera al basso Rick Reed che ha partecipato al tuo disco. Hai già lavorato con altri grandi armonicisti come James Harman, Lynwood Slim, Lester Butler. Quale tra questi ti ha colpito di più e perché? Se vuoi raccontaci anche qualche aneddoto o curiosità.

EC - Sai, credo che a molti sia sfuggito che Los Angeles, schiacciata tra l’immagine hollywoodiana e i vecchi miti di Memphis, New Orleans, Chicago, Austin e così via, sia in realtà una delle principali capitali mondiali della musica Blues. Negli ultimi quindici anni Los Angeles è stata un po’ l’equivalente di Chicago negli anni cinquanta, con una scena blues rigogliosa e la presenza di buona parte dei capiscuola moderni dell’armonica. Ho avuto la fortuna di trovarmi in quella scena durante il boom degli anni novanta e di suonare con piu’ o meno tutti gli armonicisti piu’ significativi dei nostri tempi. Anche Kim Wilson si è trasferito a LA per un periodo, ed è lì che l’ho conosciuto. Lui però era quasi sempre in tour con i Fabulous Thunderbirds (anche loro abitano tutti a Los Angeles) e non ho mai avuto l’occasione di suonarci insieme…fino a questa sera! Kim Wilson è veramente fortissimo, l'hai visto prima dal vivo...... Ed ora non vedo l'ora di suonarci insieme nella jam. Questo festival di Lucerna è semplicemente eccezionale!

Oltre agli armonicisti che hai menzionato, è doveroso ricordare William Clarke che era fantastico ed è stato un punto di riferimento nella scena di Los Angeles. Aveva un suono possente e purtroppo è morto quando la sua esplorazione della linea di confine tra il blues e il jazz iniziava a dare dei bellissimi frutti. James Harman è un vero genio, un band leader come nessun altro, uno dei migliori cantanti di Blues del mondo, ed un entertainer nato. Potrebbe benissimo fare il comico, lui riesce sempre a fare divertire il suo pubblico. Anche lui ha un suono di armonica spettacolare (usa tre Fender Vibroverb Brown Face del ’63, con i coni da 15”), e ha una conoscenza infinita del Blues. Quando si parte per un tour con la sua band, si prova per bene il repertorio che rimane quasi sempre invariato. Però ogni sera lui tira fuori un pezzo sconosciuto, magari un vecchio blues di Papa Lightfoot che suonerà soltanto quella sera e mai piu’. Solo James può fare questo. E quando attacca il pezzo sconosciuto della sera è sufficiente che lui suoni tre note perchè la band sappia che cosa deve fare. Sul serio, con tre note James ha già messo giu’ il groove, l’intenzione che vuole dare al pezzo, la velocità. E’ un maestro.

In forme diverse, anche Lester Butler era un vero fenomeno. Aveva un carisma unico che teneva la gente inchiodata a guardarlo, ed era l’armonicista piu’ intenso che io abbia mai visto. Poteva ripetere la stessa nota per cinque minuti fino ad ipnotizzarti, per poi darti la scossa e risvegliarti. Sembrava quasi uno sciamano sul palco. Anche per questo era molto popolare con i ragazzi giovani e suonava spesso in circuiti diversi da quelli tradizionali—clubs e festivals alternativi che apprezzavano molto il suo sound vicino al rock e al punk. Poco prima di morire aveva iniziato ad aprire i concerti di Van Halen in Olanda. Lester fu uno dei primi a darmi fiducia portandomi in tour per un mese in tutti gli Stati Uniti, con date nei locali piu’ famosi come la House of Blues di New Orleans, il Grand Emporium a Kansas City, il Continental Club ad Austin, lo Zoo Bar di Lincoln, Nebraska. Era il mio primo vero tour in America dal quale ho imparato moltissimo. Soprattutto l’ultimo giorno quando, ormai arrivati a San Bernardino, a meno di un’ora da casa dopo decine di migliaia di chilometri, Lester si gira verso di me mentre sto guidando il furgone dicendomi “ti devo dire una cosa”. “Sentiamo”, gli rispondo. E lui: “Vedi, se te l’avessi detto un mese fa avresti lasciato il tour, quindi te lo dico adesso. Non abbiamo bollo ne’ assicurazione”. Per qualche secondo mi fermo a pensare quale possa essere il peggiore tra tutti gli insulti che conosco. Poi mi giro per lanciarglielo senza pietà, invece incrociamo gli sguardi e iniziamo una risata liberatoria che è stata il piu’ bel finale, indimenticabile, per il tour.
Un’ultima annotazione, dal momento che hai citato Rick Reed...bisogna riconoscere che gli armonicisti storici che hai menzionato hanno sempre delle sezioni ritmiche eccezionali, che contribuiscono a definire il sound dell’intera band. A Los Angeles ci sono migliaia di musicisti ma alla fine i nomi che vedi nei dischi di blues sono piu’ o meno sempre gli stessi. C’è un motivo. Bassisti come Rick Reed, Tyler Pedersen, Bill Stuve e Larry Taylor, e batteristi come Steve Mugalian, Paul Fasulo, Eddie Clark, Ron Felton e Dave Kida, per un armonicista sono veramente insostituibili.

D - Raccontaci la tua avventura. Fare blues in Italia significa fare spesso moltissimi sacrifici e farlo in maniera professionale è ancora più difficile. A che età hai cominciato a suonare e quando è scoppiata la passione per il blues?

EC - Ho iniziato a suonare a 7-8 anni di età su una chitarra regalatami dai miei genitori. Nello stesso periodo ho iniziato ad ascoltare la musica che trovavo a casa—Beatles, Rolling Stones, etc, ma soprattutto dei bellissimi dischi di jazz di mio papà. E’ così che già prima di compiere dieci anni mi sono appassionato alla musica di Duke Ellington e Count Basie. Mi piaceva moltissimo il suono delle big bands. Mi appassionava Benny Goodman anche se ancora non avevo capito l’importanza del suo chitarrista, tale Charlie Christian. Che certo ho imparato ad apprezzare qualche anno dopo, quando ho iniziato a rendermi conto della genialità dei suoi assoli. Da piccolo passavo tantissime ore ad ascoltare musica (magari ne avessi il tempo adesso!), e tanta di questa era jazz degli anni ’50 e ’60 (infatti ero piccolo negli ormai lontani anni ‘70!). Poi però un giorno in qualche modo mi arrivarono due dischi, uno di Muddy Waters e uno di Albert Collins. Fu la svolta, quei due dischi li consumai a forza di farli girare sul piatto, e decisi che volevo fare il chitarrista blues. Da allora ho cercato continuamente di approfondire la mia conoscenza del blues.
In Italia certo non è facile perchè il blues non è musica popolare come lo è in America. Nonostante questo fa piacere vedere molti appassionati che continuano imperterriti a suonare sfidando la burocrazia, le difficoltà e il disinteresse dei media. L’Italia ha degli ottimi musicisti ma è precipitata molto in basso nella valorizzazione del blues nazionale. Non sto parlando, chiaramente, delle persone che come te danno valorosamente supporto al blues attraverso siti internet o riviste. Mi riferisco piuttosto al confronto con Paesi (senza per forza citare gli USA) come l’Olanda, la Norvegia, la Francia, la Svezia e così via, dove i gruppi blues locali appaiono tranquillamente in tv. Qualche anno fa ero in Belgio con Janiva Magness, fummo intervistati e l’intervista andò in onda al telegiornale nazionale. Sperare in un’intervista ad un gruppo blues al TG1 qui in Italia è fantascienza, ed è un peccato perchè chi ci rimette è la cultura. Forse il disegno è proprio quello...

D - Poi hai fatto il grande passo e ti sei trasferito negli States. Pensi che sia un passo necessario per chi ha talento e vuole suonare blues o jazz ad alti livelli? Immagina di dover dare un consiglio ad un fratello più piccolo: quali sono le difficoltà che si possono incontrare?

EC - Fare blues non è facile in nessuna parte del mondo, comunque negli Stati Uniti ho trovato un ambiente molto piu’ ricettivo e gratificante, dove per la presenza dei migliori musicisti del genere è inevitabile essere stimolati a crescere e imparare. E’ anche un ambiente molto bello in cui si sviluppano amicizie durature, senza competizioni. C’è spazio per tutti. Se non necessario, credo sia molto importante trascorrere del tempo negli Stati Uniti per capire la musica americana. Come ti dicevo in precedenza, penso che la musica sia imprescindibile dal tessuto sociale e culturale, e quindi capire la cultura americana e afro-americana è un passo fondamentale verso la comprensione del Blues. Lo stesso vale per tutti gli altri tipi di musica con una forte connotazione etnica, come la musica cubana o brasiliana. Solo durante il primo giorno del mio primo viaggio in Brasile ho capito la bossa nova piu’ che in dieci anni ad ascoltare dischi di João Gilberto. Una volta che capisci che cos’è la saudade dei brasiliani, riascolti i dischi di João Gilberto e finalmente ti rendi conto che sono dei capolavori. Perchè ne apprezzi non piu’ soltanto il lato tecnico e compositivo, ma soprattutto quello emozionale e culturale.
Trasferirsi all’estero non è mai facile, a volte si è in preda a degli shock culturali e a volte non se ne può piu’ di doversi sempre arrangiare da soli. Per non scoraggiarsi è fondamentale tenere sempre presente il proprio progetto. Tante volte mi sono chiesto perchè dovevo andare a cercare le difficoltà quando avrei potuto vivere piu’ tranquillamente da qualche altra parte, ma il piacere di potere suonare il blues con alcuni dei migliori musicisti del mondo mi ha sempre dato la forza di continuare e la sensazione di essere sulla strada giusta.

D - meglio Boston o le spiagge di Santa Monica?

EC - Nessun dubbio! Sto benissimo al sole, al caldo e con la brezza del Pacifico. A Boston c’è un’ottima scena musicale ed è una buona area per fare il musicista. E’ una delle regioni piu’ popolose degli Stati Uniti, infatti nel giro di quattro ore sei a New York e a metà strada ci sono il Connecticut e il Rhode Island, e nello stesso raggio hai tutti gli altri stati del New England. Non sei lontanissimo dal Quebec e da Chicago, quindi potenzialmente se hai base a Boston puoi suonare in centinaia di clubs. Ma la pioggia, le nevicate, il vento, il freddo, non fanno per me. Los Angeles nonostante le dimensioni è una città vivibile che offre l’oceano, le montagne, le colline...la natura è bellissima. La scena musicale è tra le piu’ attive del mondo intero e capita sempre di vedere suonare B.B.King, Larry Carlton, McCoy Tyner e personaggi del genere in un localino piccolo. Inoltre tra Los Angeles e San Diego vi sono centocinquanta clubs che fanno blues, e altrettanti che hanno jazz. Molti di questi clubs hanno blues dal vivo ogni sera (alcuni anche nel pomeriggio). E che blues!
Di Los Angeles mi piace anche il fatto che dal momento che ci sono così tanti clubs, puoi suonare ogni sera e tornare a casa a dormire. Da altre parti, Europa compresa, suonare ogni sera significa essere costantemente in tour, passare da una stanza d’albergo all’altra e macinare migliaia di chilometri. Una vita bella ma che alla lunga logora.

D - Qual’è la scena blues più attiva e viva in questo momento negli States? C’è un motivo particolare?

EC - Abbiamo parlato abbastanza a lungo di Los Angeles, che ancora non è vista come una città del blues ma dovrebbe sicuramente essere riconsiderata. Forse il limite del blues di LA è che si è soffermato un po’ troppo a lungo su quel genere “West Coast” rendendo i musicisti un po’ tutti uguali e un po’ stucchevoli. Dico questo con il dovuto rispetto in quanto Los Angeles ha creato una scuola di blues fantastica, però per molti anni ha un po’ ingiustamente trascurato molti bluesmen locali come Roy Gaines, Big Jay Mc Neely, Cal Green e molti altri, tra i quali l’incredibile Larry Johnson (da non confondere con l’omonimo chitarrista acustico di New York) che io ho sempre considerato il piu’ grande chitarrista e cantante d’America ma che ha sempre suonato negli stessi bar perchè non gli andava di fare i tours, e per questo non ha suscitato l’interesse di qualche etichetta seria. Larry suonava con ZZ Hill e altra gente del genere negli anni ’50, ed è un peccato che sia morto da leggenda per pochi (tra i quali tutti i chitarristi di Santa Monica che per anni e anni hanno affollato il consueto bar in cui lui suonava ogni lunedì sera) e sconosciuto ai più. Il vento è un po’ cambiato ultimamente e alcuni di questi artisti bravissimi e “storici” vengono ora riscoperti. Al tempo stesso ci sono diverse bands più giovani che si stanno staccando dal suono “West Coast” e stanno facendo cose piu’ personali. Insomma è una scena sempre molto viva, e non bisogna dimenticare che l’eredità dei grandi “angelenos” del passato quali T-Bone Walker, Pee Wee Crayton, Lowell Fulson, Johnny “Guitar” Watson, Albert Collins, George “Harmonica” Smith, Jimmy Witherspoon, Charles Brown e così via ha lasciato un segno molto profondo sulla città.

Direi che tutto sommato c’è del buon blues in ogni grande città. Posti come Boston, San Francisco, Detroit e Chicago hanno sempre delle bands di talento. Ha perso un po’ di smalto Austin rispetto al passato. Lì il blues ha avuto un enorme boom negli anni ’80 ma si è poi ridimensionato. In altre città invece dove il blues ha una tradizione più lunga e radicata, la scena può avere alti e bassi ma rimane sempre solida. A Chicago suonano ancora regolarmente Carlos Johnson, Otis Rush, Buddy Guy e molti altri, e questo soltanto ti da la misura dell’altissimo livello musicale della città.

D - Il tuo stile chitarristico a mio giudizio estremamente poliedrico ma dotato comunque di uno stile riconoscibile, sembra molto ispirato dell’influenza di Ronnie Earl quando ti misuri con il blues. E’ stato un maestro importante per te?

EC - Ho avuto la fortuna di avere Ronnie come insegnante e senz’altro ha lasciato il segno su di me. Soprattutto mi ha avviato sulla strada, della quale parlavo in precedenza, della transizione da chitarrista a musicista che con uno strumento cerca di suscitare delle emozioni. Strada peraltro lunghissima e densa di ricerca, ma credo che l’importante sia capirne il senso e la direzione. Tutto questo Ronnie non me l’ha dovuto spiegare a parole, mi è stato sufficiente vederlo suonare per la prima volta molti anni fa per capire che ero davanti ad uno che catturava la gente con i valori trascendentali della sua musica, piuttosto che con la tecnica. Un vero stilista che con una chitarra sa confezionare un intero discorso. E’ stata una lezione fondamentale che mi ha sempre accompagnato e che è diventata un punto di partenza per i passi successivi. Per questo gli sono sempre molto riconoscente.

D - Quale di quelli che purtroppo non ci sono più invece ti hanno influenzato maggiormente?

EC - La lista sarebbe lunghissima e so che dimenticherò qualcuno. Comunque così a mente fredda i primi nomi che mi escono sono quelli di Earl Hooker, Magic Sam, Pee Wee Crayton, Tampa Red, Guitar Slim, Wayne Bennett, Luther Tucker, Eddie Taylor, Freddie King, Johnny “Guitar” Watson, Blind Boy Fuller, Lowell Fulson, Albert Collins, T-Bone Walker. Tra i jazzisti senz’altro Grant Green, Boogaloo Joe Jones, Wes Montgomery, Freddie Green, Charlie Christian, Lenny Breau, Billy Butler, George Benson, Oscar Moore, Tiny Grimes e Bill Jennings, mentre considero tra i più grandi chitarristi di tutti i tempi Jimmy Bryant, un vero genio del western swing.
Mi piace ascoltare di tutto e non soltanto chitarristi. Infatti includo volentieri tra le mie influenze John Coltrane e Miles Davis per la loro visione della musica—anche se non mi permetterei mai di paragonarmi a loro! E poi sassofonisti come Ben Webster e Eddie “Lockjaw” Davis, oppure l’inarrivabile soul di Donny Hathaway...insomma di musica buona ce n’è tantissima e quando devo rispondere ad una domanda come questa sono sempre in difficoltà perchè so che non sto facendo giustizia a tutta la gente che ho ascoltato a fondo. Anche perchè non includere quelli che ancora sono vivi significa che non sto contando B.B. King, Clarence “Gatemouth” Brown, Otis Rush, Robert Jr. Lockwood, Chris Cain, Kenny Burrell...è veramente una lista infinita!

D - Si fa spesso un gran parlare del modo di suonare dei bianchi dei neri, forse del loro diverso approccio al blues. Esiste oggi per te questa differenza?

EC - E’ un po’ pericoloso parlare di questi argomenti perchè a volte si rischia di cadere in banalità che possono sembrare anche razziste. In realtà credo più alla spiegazione della questione che danno gli antropologi e i sociologi, e cioè che la cultura (e quindi anche la cultura musicale) non è una funzione del colore della pelle ma piuttosto il risultato di un processo di apprendimento che viene condizionato e modellato da chi ti circonda. In sostanza se un bambino di colore nascesse e crescesse in Italia, con gli stessi condizionamenti—quali la tv etc—dei suoi coetanei, avrebbe più probabilità di diventare un fan di Tiziano Ferro che di B.B. King (con tutto il rispetto per Tiziano Ferro, chiedo perdono per l’accostamento!). Stiamo quindi riferendoci a questioni che sono culturali e non genetiche. Precisato questo, vedo che in generale i bianchi tendono ad essere più analitici mentre i neri affrontano la vita in maniera più rilassata, e le stesse qualità emergono nel modo in cui suonano. La rilassatezza di Mel Brown, Bob Stroger e Willie Smith questa sera era incredibile. E questo permette loro di fare dei groove inarrestabili proprio perchè li prendono con calma. In effetti essere agitati nella musica serve a poco, diventa la rovina del groove. I bianchi tendono ad analizzare di più gli stili, ad organizzare e strutturare un concerto in maniera spesso perfetta, ma forse a volte si prendono un po’ troppo sul serio e difettano di un po’ di tranquillità. Correggimi se sbaglio!

D - c’è un disco di Blues che ha “segnato” la tua vita?

EC - Domanda terribile! Farò delle ingiustizie peggiori che sulla domanda sui chitarristi, perchè di dischi bellissimi ce ne sono centinaia. Se devo sceglierne uno vado per B.B. King “Live at the Regal”, chitarra e band spettacolari, e uno degli esempi più classici di come una band dovrebbe interagire con il proprio pubblico.

D - Vuoi parlarci anche della tua esperienza swing con i Royal Crown Revue di “Passport to Australia” (RCR Records) che ricordiamo ti ha fruttato il riconoscimento come miglior chitarrista swing del 2002 davanti a gente come Brian Setzer? Penso sia frutto anche della grande conoscenza dei jazzisti degli anni ’40 che hai acquisito.

EC - I Royal Crown Revue sono un gruppo straordinario e altrettanto straordinaria è stata per me l’esperienza che con loro ho fatto. E’ stato un viaggio di scoperta del genere swing, rockabilly, tex-mex. Cose che avevo ampiamente ascoltato, ma che vivere da dentro rende estremamente più interessanti. Ed è stato stupendo potere suonare cose alla Johnny Burnette o alla Sam Butera, che ormai nessuno fa più. La band è formata da ragazzi simpaticissimi che sono anche dei musicisti di altissimo livello. Hanno inciso dischi per la Warner Brothers e per tre anni di fila hanno girato il mondo senza sosta, mica male! Per loro è normalissimo andare a suonare una sera a Tokyo e tornare a Los Angeles il giorno seguente. La loro musica ha un seguito molto consistente e difatti suonano nei migliori clubs e festivals di buona parte del mondo. Ho avuto modo di fare un tour in Australia con loro nel 2000, durante il quale abbiamo suonato ai Paralympic Games, le olimpiadi per portatori di handicap che seguivano le “normali” olimpiadi. E’ stato uno di quei momenti molto speciali, un’emozione essere nel villaggio olimpico e un’emozione parlare poi con atleti paraplegici o non vedenti di tutto il mondo. Non capita spesso.
Durante lo stesso tour abbiamo inciso “Passport to Australia” dal vivo all’Hi-Fi Bar di Melbourne. Il cd è stato in seguito premiato come miglior cd swing dell’anno, e individualmente poi i musicisti che vi suonavano hanno vinto lo stesso premio nelle rispettive categorie—tromba, batteria, etc—ed è così che mi è arrivato il riconoscimento.

D - Personalmente penso che il tuo indiscutibile talento come strumentista sia stato alimentato e sia cresciuto anche grazie ad un attento ascolto e studio dei grandi del passato, qual è per te il miglior metodo di studio?

EC - Non è facile indicare un metodo di studio, il blues è una musica un po’ anomala nel senso che si assimila più suonandola e vivendola che imparando scale e accordi. Certo la tecnica ha peso, ma credo conti di più suonare con gente più brava di te, e vedere quanti più concerti sia possibile. Forse è l’unico modo per imparare la teoria non scritta e non codificabile del blues. I dischi certo aiutano, ma non possono sostituire ciò che si riesce a ricavare dalla musica fatta dal vivo. Anche perchè non sempre si riesce ad interpretarli. Io ho passato molti anni a pensare che lo swing fosse suonato leggero, chitarra molto quieta, batteria con le spazzole...invece suonando con i Royal Crown Revue ho visto come fosse tutto falso. Lo swing è musica da ballo e la gente vuole che la band “pompi”, altro che spazzole... Però ero convinto del contrario avendo costruito il mio giudizio soltanto sulle registrazioni che avevo sentito. Pertanto i dischi sono delle buone testimonianze ma non possono sostituire la musica dal vivo come veicolo di apprendimento. Quando si vogliono studiare i grandi del passato, credo che il modo migliore sia andare a chiedere informazioni a chi a sua volta li ha visti di persona o ci ha suonato insieme. Saranno informazioni di seconda mano ma di sicuro più dirette e veritiere di quanto si possa evincere dai dischi. Certo tutto questo richiede tanti anni e una dedizione enorme.

D - Anche stasera ti ha accompagnato la tua Fender Strato Fiesta Red del ’66. Una fedele compagna. Prediligi il suono Fender Strato per il blues come scelta stilistica o semplicemente ti trovi bene con il tuo strumento? Molti chitarristi west-coast, al di là delle diverse scelte nell’incisione di un disco, mi sembrano orientati sui suoni Gibson (Junior Watson, Kid Ramos, Rusty Zinn, Rick Holmstrom, Alex Schultz). Qual è la tua combinazione chitarra-ampli ottimale? E quali altre chitarre possiedi?

EC - Una precisazione per iniziare, la mia Fiesta Red è una riedizione del ’62. Però in effetti l’ho suonata talmente tanto che dimostra quarant’anni! Negli ultimi anni ho provato molte chitarre e ne possiedo un bel numero. Tra le più interessanti sono una Gibson 330 del ‘62, una 335, una ES-5 (quella di T-Bone Walker per intenderci), una Silvertone hollow body degli anni ’60. Recentemente mi è arrivata una bellissima Telecaster a cassa semiacustica, con due P-90, fatta completamente a mano da un liutaio di Padova che si chiama Alberto Gallinaro. Ha un suono incredibile.
Trovo che la Stratocaster sia una chitarra affidabile, comoda da portare in giro e che si adatta a molte situazioni. Spesso quando viaggio in aereo svito il manico e la infilo tutta in valigia—è una bella comodità. Ha il vantaggio che suona bene con qualsiasi amplificatore, mentre non si può dire lo stesso di molte altre chitarre. Per questo la scelgo quasi sempre quando non posso portare i miei amplificatori.

Le Gibson, però, hanno molto più carattere e ognuna di esse ha una propria voce personale. Come la mia 330 che è una chitarra eccezionale, dal suono che più blues non si può...è uno strumento con “soul”. Il problema con le Gibson è che bisogna cercare molto, prima di trovare quella giusta. Una 335 che piace ad un chitarrista rock potrebbe essere pessima per suonarci blues, e viceversa. Tra due Gibson simili possono esserci differenze molto marcate nella qualità sonora, nel peso, nel modo in cui vibrano. Due Fender saranno generalmente molto più omogenee. In ogni caso la Gibson costruisce, e ha costruito, un numero grandissimo di modelli e sub-modelli, ognuno con il proprio timbro sonoro. In linea di principio preferisco quelle a cassa vuota (330, L5, ES-5) e i pick up P-90. Per il blues trovo che le intramontabili siano la Les Paul Gold Top con i P-90 per i suoni alla Junior Watson e la 345 per sentirsi Otis Rush. Per lo stile più West Coast vanno per la maggiore le vecchie Gibson 350, sempre con i P-90, e le 150 anche se l’assenza della spalla mancante le rende meno appetibili. Oltre alle varie Harmony e Silvertone, che possono essere chitarre strepitose. La mia Silvertone è uno strumento entusiasmante con una gamma di suoni che vanno da Wes Montgomery a Guitar Slim, anche se fondamentalmente è un pezzo di cartone e bachelite che negli anni ’60 veniva venduto per posta dalla Sears, l’equivalente della Postalmarket, attraverso il suo catalogo. Ma senz’altro, come nel caso della 330, non difetta di “soul”.

In breve la Fender è una chitarra duttile e comoda da portare in giro, con degli ottimi suoni, ma le Gibson hanno sicuramente più personalità e questa traspare nei dischi. E anche quando fai la ritmica ad un armonicista!

Quanto agli amplificatori, ne ho diversi e quasi tutti Fender—due Super Reverb Black Face (del’64 e ’65), un Vibrolux del ’63, pure Black Face, e un Pro Tweed del ’53 con uno speaker Jensen P-15. Questo è un amplificatore straordinario. Ho anche uno di quei Seymour Duncan Convertible che venivano costruiti negli anni ‘80, erano amplificatori molto interessanti che permettevano di invertire e sostituire le valvole di preamp per modellare il suono—una specie di antenato del POD ma con suoni veri e non fatti dal computer—e una manopola che regola la potenza d’uscita da 5 a 100 watt. Ha un suono molto bello a metà tra un Mesa Boogie e un Fender Twin.

Uso quasi sempre due amplificatori contemporaneamente, non per avere più volume—infatti li collego in modo che entrambi viaggiano a metà potenza—ma per ottenere una distorsione meno estrema e un suono più “grosso”, con più speaker che muovono aria. La differenza usando due amplificatori è abissale! Una delle mie combinazioni preferite è data dal Super e dal Pro usati contemporaneamente. Un cono da 15” e quattro da 10” coprono tutta la gamma di frequenze della chitarra ed il suono è definito e presente sia sulle note gravi che su quelle acute.

Come ti dicevo prima, non tutte le chitarre suonano “giuste” con qualsiasi amplificatore. Le combinazioni più sicure sono sempre Stratocaster/Super Reverb, 335/Mesa Boogie o Twin, 330/Pro, altre semiacustiche con P90/amplificatori tweed a uno o due coni. Chiaramente vista la varietà di chitarre e amplificatori che si trovano in commercio, e la soggettività dei gusti, queste sono soltanto indicazioni.

D - Vuoi parlarci dei tuoi prossimi progetti?

EC - Il cd è appena uscito e sto quindi vedendo come promuoverlo. Credo che questo sarà l’impegno principale per il prossimo futuro. Poi ci sono altre idee nel frullatore, ma per il momento non mi voglio sbilanciare—lasciamo in sospeso così abbiamo un pretesto per risentirci a breve termine!

D - Ok Enrico, come al solito sei stato disponibile, ti faccio un grosso in bocca al lupo per la tua prossima esibizione alla session finale con Sugar Ray e tutti gli altri! Ti assicuro che e’ una bella soddisfazione per tutti gli italiani appassionati di blues vedere un connazionale accreditarsi al tuo livello nel panorama blues mondiale, come minimo hai l’obbligo di salutarli come si deve, almeno a quella buona parte che frequenta “Bluesiana.it”…..

EC - Penso spesso che la musica sarebbe priva di significato senza chi la ascolta e chi la sostiene, quindi devo assolutamente ringraziare te e Riccardo per il lavoro memorabile che state facendo e per la tenacia con cui lo portate avanti. Sono onorato di potere fare questa intervista con voi e spero potrà essere d’interesse per i nostri amici frequentatori del sito, che spero di incontrare di persona magari ai concerti.

Grazie a tutti, e buon Blues!


(Fred)
giovedì 20 novembre 2003

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