Campli Blues Festival 2005
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L’inizio dei concerti programmati per la sera del 15 novembre a Lucerna è arrivato ad un punto della giornata (forse troppo presto) in cui ci sembrava di aver già ottenuto tutto quanto si potesse richiedere un po’ anche al nostro fisico: il viaggio in giornata (per qualcuno di noi cominciato di notte), il recupero dei biglietti, il soundcheck e soprattutto l’incontro con i musicisti al pomeriggio e in particolare con Kim Wilson… ci avevano oltremodo stremati (la prima cosa) e appagati (l’ultima cosa).
Così abbiamo affrontato i concerti con curiosità e attesa questo sì ma anche, devo dire, con un po’ di stanchezza, anche se la carica di adrenalina era consistente e ci ha aiutato soprattutto a non soccombere per la sete!
A quel punto trovarsi là sotto, in piedi per tutto il tempo, con un caldo incredibile (anche in Svizzera non fa più freddo), dopo tanti km. ed emozioni… insomma eravamo ben predisposti per delle esibizioni tranquille e cautamente appaganti, così non ce ne siamo voluti troppo a male se il Downhome Super Trio, composto da R.J. Mischo, Frank Goldwasser, Richard Innes ai quali poi si è aggiunta la chitarra di Alex Schultz, ha suonato senza troppo coinvolgimento o emozione, nonostante l’avvertimento iniziale al pubblico di ‘far rumore’ per il fatto che il concerto sarebbe stato registrato.
Nel complesso un sound ricercato con un approccio sincero ma non particolarmente memorabile, Mischo si è dimostrato piacevolmente attaccato alla tradizione, con tra l’altro una valida interpretazione di ‘Easy’ di Walter Horton e altri vari buoni inserti con un’armonica pacata e morbida, mentre invece, nonostante la formazione ‘anomala’ chitarra-armonica-batteria potesse dare buoni frutti, è sembrato non dimostrare particolare aderenza allo sviluppo del discorso il suo chitarrista.
Mischo ci è inoltre sembrato abbastanza in forma ma soprattutto lo è stato Richard Innes il quale ha confermato proprio nella difficile prova a tre (senza basso) di essere straordinariamente ispirato e di possedere un sound pieno, è una macchina serie gran lusso, non a caso considerato come il miglior batterista shuffle della West-Coast.
L’arrivo di Mel Brown e i Mississippi Wrecking Crew (Bob Stroger, Willie Smith e John Lee alle tastiere al posto di Pinetop Perkins), mozzati dalla mancanza di Snooky Pryor, arricchiti però dalla presenza di Enrico Crivellaro alla chitarra e successivamente di una cantante proveniente dal Mississippi, Miss Angel, hanno ricondotto le sonorità blues ad un livello più familiare ed accessibile.
Mel Brown si è dimostrato incisivo e allo stesso tempo molto tranquillo nel proporre il suo blues, serenamente seduto con la sua Gibson ES-175 e fornito di un fazzoletto bianco alla Pavarotti più un ventilatore direttamente puntato su di lui, dimostrando di lasciar volentieri il posto agli altri per quanto riguarda il canto, compreso Willie Smith che non ha problemi a farlo neanche dietro alla batteria. Cominciano con un bel strumentale, in cui Brown lascia spazio per gli ‘assolo’ prima a John Lee, che ricama comunque per tutto il concerto un bel sottofondo e poi a Crivellaro, quest’ultimo con un suono essenziale e pulito.
Prende poi la parola Bob Stroger dicendo ‘The blues is back in town…’ e intonando ‘Don’t You Lie To Me’, ondeggiando elegante e sornione con il suo basso elettrico per tutto il pezzo.
Anche stavolta quando è il suo turno, rotto definitivamente il ghiaccio, Crivellaro si dimostra all’altezza della situazione, visibilmente contento di essere sul palco con tre miti del blues, ma completamente a suo agio e perfettamente integrato nella riuscita di un’esibizione svoltasi in un’atmosfera rilassata ma anche partecipe.
Proseguono poi con 'Stranded in S. Louis', bel pezzo di cui ricordiamo una superba versione di Dr. John. Ancora una volta Mel Brown concede il meritato spazio a Crivellaro, con Stroger incontenibile che commenta in sottofondo.
C’è posto anche per ‘Ramblin’ On My Mind’ prima che arrivi la cantante, la quale ha già collaborato in passato con Mel Brown (mentre invece John Lee è parte della sua band, gli Homewreckers) e che ha interpretato con gusto brani come ‘29 Ways’ e ‘Got To Find My Baby’.
Infine, ecco comparire di nuovo sul palco Alex Shultz con la sua fedele Epiphone (sì ragazzi, una di quelle vere! Si narra che la collezione di chitarre di Alex sia impressionante...). Alex ci è parso in serata di grazia; assistemmo qualche anno fa a una sua svogliata e opaca esibizione a Greve in Chianti che ci lasciò perplessi. Questa sera ha rimesso le cose a posto regalandoci quel magico "pezzetto di California" che mette in valigia nel suo girovagare per il mondo.
Ne abbiamo sentite tante su di lui, anche da parte di suoi illustri colleghi. Ne emergeva il ritratto di un rampollo di facoltosa famiglia, musicista quasi per capriccio, sorretto da solide raccomandazioni. Sinceramente non ci interessa. Se è ricco...tanto meglio per lui: he can play, man! That matters!

Kim WilsonKim Wilson si è presentato con la formazione denominata Blues Revue, formata da Billy Flynn e Troy Gonyea alle chitarre, Rick Reed al basso e Richard Innes alla batteria.
Wilson e la sua band non hanno deluso le aspettative, portando la serata all’apice dell’intensità, grazie al pubblico numeroso ma grazie anche ad un sound compatto e corposo formato da un’ottima ritmica, due solide chitarre d’accompagnamento e sopra tutto Wilson con un’armonica fluida e discorsiva, prolungamento della sua voce e del suo umore, suonata come al solito con estrema naturalezza.
Già dal primo al secondo brano Wilson ci trasporta su due mondi completamente diversi: dal bel tiro di ‘Love Attack’ al lento mood di ‘Telephone Blues’ (sembrava di essere dentro ‘Smokin’ Joint’…) rendendoci così partecipi della sua estesa visione del blues, che ha continuato ad esporre in modo impeccabile fino alla fine.
Alex Shultz, Billy Flynn & Kim WilsonA Billy Flynn, preciso e sensibile, il compito di indirizzare la linea melodica e a Troy Gonyea quello di arricchire la ritmica di groove e d’atmosfera creata soprattutto dal suo ruvido suono di Telecaster, in un continuo gioco di fusione con il suono dell’armonica di Kim o da soli, inserendosi alternativamente in modo magistrale.
E’ il momento di tornare ad alleggerire l’atmosfera, così canta il boogie di ‘I’m going back home’ (bellissima) e poi presenta e fa un pezzo di Lazy Lester ‘I Hear You Knockin’’, fino ad arrivare così alla indefinibile (in senso positivo) ‘Trust My Babe’, in cui lascia ampio spazio alla chitarra di Troy Gonyea. Come su disco anche qui non si risparmia con l’armonica, ricreando gli stessi effetti da brivido. Il concerto poi prosegue con altri brani dal suo ultimo disco come la notevole ‘Hand To Mouth’ lancinante blues in stile Howlin’ Wolf che dal vivo con l’espressività del viso e l’intepretazione di Wilson ti prende e ti tira giù a guardarti nel profondo dell’animo e la title-track Lookin’ for trouble in versione scatenata, poi la gloriosa ‘Tigerman’, ci sommerge con ‘Eyesight To The Blind’ di Sonny Boy, poi con ‘Got To Have Some’ altra piacevole reminescenza del periodo coi Fabulous Thunderbirds, ‘Oh, Baby’ di Little Walter, ‘I Was A Fool’, ‘Ain’t Gonna Do It’, ‘Good Time Charlie’… ottima la scelta dei pezzi (ovunque peschi…), tutti bellissimi e diversi fra loro, l’esecuzione, l’atmosfera, un concerto ‘perfetto’ sotto tutti i punti di vista, inutile dire che avremmo voglia di rivederlo un centinaio di volte… Wilson non stanca perché si diverte e non stanca perché non è mai solo Wilson… è Wilson/Sonny Boy, Wilson/Walter, Wilson/Lester, Wilson/Howlin’ e così via… insomma è il miglior blues che si possa avere, roba davvero da mangiarsi le mani per non avere tutta la registrazione video da riguardarsi in quei momenti in cui si è carenti di blues o in quei momenti in cui si pensa che il blues sia morto!
Troy GonyeaForse la serata del 15 Novembre 2003 del Blues Festival di Lucerna sarà ricordata proprio per l’intensità del concerto di Kim Wilson e dei Blues Revue, generoso, vero, una di quelle cose che ti marchiano a fuoco! Dopo aver visto Wilson e si è armonicisti si hanno due desideri: o butti via tutte le tue Marine Band… i tuoi Green Bullet o JT30 aka Bluesblaster… oppure ti metti a studiare come si deve, e fai suonare da quel giorno i dischi di Wilson come colonna sonora della tua esistenza se già non lo facevi! Oppure vai a scovare nei dischi gli originali di Roosevelt Sykes come di Lazy Lester, come di Sonny Boy o Lil’ Walter e vai a fare quei paragoni che per stessa ammissione di Kim non andrebbero fatti, ma che permetteteci di dirlo a volte vengono abilmente riletti, modernizzati ma non stravolti, reinterpretati con rispetto e in alcuni casi arricchiti, mantenendo quelle atmosfere che solo un fuoriclasse può riproporre.
Insomma se il giudizio, come è ormai chiaro è oltremodo positivo per la ricchezza della qualità dell’esibizione, della ottima scelta dei brani, dello stare incredibilmente bene sul palco e consentirti di vivere la musica che stai ascoltando, l’esperienza Wilson è consigliabile viverla anche per altri motivi: respirare bene! Sì utilizzo questo paragone se volete inusuale, ma con tanta aria cattiva che si sente in giro….beh con Wilson è come salire in cordata con i Blues Revue sull’Olimpo del Blues e da lassù si respira assai bene!!
Onestamente, all’uscita discografica della novità di Kim Wilson “Lookin’ for trouble”, non ci fece una grossa impressione Troy Gonyea, così come la nuova band che non vedeva nessuno della vecchia gang che ha fatto forse anche la storia dei dischi di Wilson. Insomma appena uscito il disco non ci convinse, il suono non ci piaceva, anche se devo dire che le nostre orecchie si erano troppo abituate bene con “My Blues”.
In Smokin’ Joint avevamo assaggiato in parte la nuova band di Kim, e forse fatte troppe valutazioni sulla differenza tra le due band, soprattutto sui chitarristi: Zinn, Flynn, Taylor, Innes (la Rhythm Room) a Phoenix, e Gonyea, Fletcher, Stevens, Taylor, Innes (Cafè Boogaloo Band) a Hermosa Beach (CA). Anche qua Gonyea non ci convinse. Dobbiamo ricrederci in parte, certo non stiamo parlando di Rusty Zinn o di Junior Watson o di Kid Ramos ma live, e forse grazie alla compagnia di Billy Flinn, Gonyea ci è parso convincente, l’approccio alle blue-notes è originale, così come il suono gracchiante di Telecaster e, in definitiva forse è meglio dal vivo che su disco. Soprattutto è giovane e si propone come una buona promessa almeno fino a quando zio Kim, non riterrà che sia maturo da lasciarlo andare per la sua strada. Per ora meglio che suoni in compagnia dello zietto..

Vance KellyDopo sarà la volta di Vance Kelly forse purtroppo sottovalutato dal pubblico in sala che abbandona la tensione quasi spirituale e l’aria rovente creata da Wilson e si sparpaglia per il Casinò, per dissetarsi o ricevere autografi. Certe cose d’altronde non è facile reggerle!
Sugar Ray NorciaUn peccato comunque! Noi ci muoviamo verso il casinò bar dove suonerà Sugar Ray Norcia ed i Bluetones. L’atmosfera è decisamente più rilassata della sala grande. Siamo proprio lì a due passi, dopo l’intervista ad Enrico Crivellaro scambiamo anche due parole con Sugar Ray che sembra in ottima forma. La configurazione del quartetto è: Michael 'Mudcat' Ward che imbraccia contrabbasso e Fender Precision, alla batteria Neil K. Gouvin ed alla chitarra un giovane talento di nome Jon Kelly Moeller direttamente da Dallas, nel bel mezzo del palco il Bassman di Sugar Ray.
La band è praticamente in mezzo alla gente, e ciò consente di apprezzare meglio da vicino i musicisti, siamo dalla parte di Ward che fa un lavoro impressionante: il suo tocco sulle corde del contrabbasso è potente e pieno, ritmico quel tanto che basta da farti saltellare da solo. Si rivela interessante e frizzante Jon Kelly Moeller ben accompagnato da questa ottima sezione ritmica. Sugar Ray è sciolto, la sua voce è meravigliosa anche dal vivo. Guida la band con disinvoltura, calma e tranquillità e sa esaltarsi con “Hard Hearted Woman” di Walter Horton.
Kim Wilson, Sugar Ray & Joe MoellerC’è aria di session e quando arriva Kim Wilson possiamo assistere alla contemporanea esibizione di due grandi solisti. Uno spettacolo indimenticabile. Sugar Ray, che non è uno degli ultimi, sembra cedere spazio ad uno straripante Wilson, con rispetto ed umiltà: stanno lì sul palco insieme alternandosi armonica e voce. La voce bianca più calda del blues e l’armonica bianca più bella del blues. Insieme.

Un plauso all’organizzazione, alla programmazione e all’atmosfera del Festival di Lucerna che, disponendo probabilmente di un interessante budget, non ha lasciato niente al caso per quanto riguarda il blues e i suoi protagonisti, tra l’altro tutti disponibili ad incontrare i fans dopo il concerto.
L’idea è quella di un non-stop musicale, con i concerti che iniziano alle sette di sera e proseguono a notte inoltrata con, alla fine della programmazione (più o meno due di notte), jam-sessions fra gli artisti presenti, così come quella che ha visto suonare poi assieme a Kim Wilson, Sugar Ray ed i suoi Bluetones, anche Bob Stroger e Crivellaro: ma a quel punto noi avevamo già mollato… quasi 24 ore di non-stop sono troppe anche per noi!

(scritto in collaborazione con Sugarbluz)


(Fred)
sabato 22 novembre 2003

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