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When I left St. Louis you know I was Chicago bound - Sugarbluz
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 "Red, White & Blues" di Mike Figgis (suonò nella sezione fiati della prima band di Brian Ferry) è un film fatto d'interviste, inframmezzato da spezzoni di filmati storici ed esibizioni in studio degli artisti presenti. Un pregio del film è quello di partire un po' più da lontano, invece di focalizzarsi subito sul blues revival degli anni '60, e precisamente dagli anni del II dopoguerra, per iniziare il racconto dell'esplosione in terra inglese della musica americana (*) attraverso orchestre tutte inglesi, come quella di Humphrey Lyttelton, o Lyttleton (trombettista qui intervistato, autore della bella "Bad Penny Blues", il cui assolo di piano sarà preso dai Beatles per "Lady Madonna"), quella di Ken Coyler (trombettista, figura che risulta controversa, ma scomparso da qualche tempo), quella di Sidney Lipton e quella di Ambrose & His Orchestra.

Questi precursori inglesi erano presenti e vigili quando arrivò dagli USA, per la prima volta, gente come Jimmy Whiterspoon, Johnny Guitar Watson, Nina Simone, e suonavano nei tanti jazz club sorti appena dopo la guerra. I club erano aperti di solito durante tutto il weekend (ed anche per tutta la notte, come il "Flamingo"), frequentati spesso e volentieri dai militari americani di colore, che con quella musica "si sentivano a casa loro" e animati appunto da questa gente inglese che era riuscita a mettere le mani sui dischi provenienti dall'America, ma che soprattutto fu catechizzata da un programma radiofonico delle forze armate americane in onda tutti i giorni, captato (anche in Germania) da Washington, D.C.

Da qui si può trarre la riflessione che fu la II guerra mondiale a far indirettamente conoscere la musica americana in Inghilterra e nel resto d'Europa, non i giovani degli anni '60. Il percorso storico però è frammentato, dato che si basa sui ricordi sporadici dei personaggi intervistati, più che su un'esatta ricostruzione storica, ma da qui si capisce che, a parte lo skiffle ("puro stile inglese" come dice Steve Winwood, anche se poi si chiariscono meglio le vere origini del genere), il blues inglese fu dapprima un'imitazione delle orchestre di jazz della Chicago dei roaring twenties, poi una versione elettrificata e rock dei brani del country blues afro-americano.

I primi bluesman arrivati in terra inglese, nella prima metà degli anni '50, furono: Big Bill Broonzy, che ebbe molto successo e fu molto influente, grazie anche a un programma televisivo (immaginate che poteva essere ai tempi, per i giovani europei), Sister Rosetta Tharpe, che arrivò nel '57 anche lei con la sua  Fender e l'amplificatore, Brownie McGhee, seguiti poi da Muddy Waters, Howlin' Wolf, S. B. Williamson, John Lee Hooker e tanti altri, come T-Bone Walker. E' interessante notare come già allora si pensasse che il blues fosse agli sgoccioli, perché Lyttelton racconta che nel 1951, quando arrivò Big Bill Broonzy, del quale si descrive anche il carattere, si credeva che fosse l'ultimo bluesman rimasto.

A proposito di Rosetta Tharpe invece (anche di lei sono raccontati aneddoti), è stupefacente vederla di nuovo in questo filmato, sempre con "Up Above My Head", stavolta accerchiata da un gruppo di fedeli con la tunica religiosa, e anche qui sprigiona tutta la sua carica espressiva. In entrambi i dischi della serie relativi ai film in cui compare è stata messa però un'altra versione, più gospel, con il controcanto di Marie Knight, mentre nei filmati invece è decisamente boogie.

Altri intervistati sono: Lonnie Donegan, che si considera il "Woody Guthrie inglese" e che non nasconde il disappunto per Ramblin' Jack Elliott, collega folk americano il quale sostiene che lo skiffle non valeva niente, e per cui non lo vuole neanche sentir nominare, poi Albert Lee e Chris Farlowe (Little Joe Cook), ai tempi diventato famoso con la sua versione di "Stormy Monday" della quale ne dà un assaggio (poi parte anche la versione originariamente incisa, con sonorità più da progressive inglese che di blues – ma che sia bella è indubbio, è la canzone ad esserlo di per sé). Ci sono inoltre Eric Burdon, John Mayall, Eric Clapton, Van Morrison, Peter Green, Bert Jansch, cantante folk, il quale, a proposito dello skiffle, afferma che non era altro che una copia della musica di Leadbelly (viva la sincerità), Steve Winwood appunto, il quale aggiunge che poi a sua volta era stato (cioè il folk americano) influenzato dalle tradizioni provenienti dagli Appalachi, nella fattispecie la musica bluegrass irlandese e scozzese. Dubbiosa invece la discendenza dal jazz, idea che viene buttata lì da Van Morrison che non ha né capo né coda. Il caso, infatti, di quei musicisti che prima suonavano nelle orchestre jazz, e che dopo si misero a suonare skiffle, credo voglia significare solo che scelsero di suonare la musica di moda,  più attuale e più remunerativa, come se un suonatore dei nostri passasse da un'orchestra di revival ad una che suona il liscio.

Ad alcuni viene chiesto di raccontare delle loro prime chitarre, è  l'occasione in cui B.B. King (unico artista nero intervistato) svela il "segreto" della vibrazione della sua mano mentre suona, magari ingannevole per coloro che lo guardano ai concerti, dicendo di non premere nulla e che si tratta di un movimento istintivo. Un altro ad andare sul filo del ricordo è Georgie Fame (pianista e cantante degli anni '60), raccontando dei locali in cui suonava, della scoperta di Ray Charles e di Fats Domino, e di quando ha rivisto Muddy Waters e s'è scusato per una registrazione che fecero insieme anni prima.

In quell'occasione Fame gli confessa di non essere stato allora in grado di suonare con la chiave prescelta e Muddy gli risponde "avresti dovuto dirmelo, avrei cambiato il capotasto". Comprensibilmente, era in soggezione con Muddy e, dice sempre Fame (lo dice anche Mayall), "non mi sarei mai attentato a chiedergli qualcosa"; stessa cosa con musicisti come John Lee Hooker, del quale ricorda che non spiegava mai niente su quello che voleva, era necessario stare molto attenti per intuirlo ma, del resto, ammette che quello era il vero modo d'essere del bluesman e della musica del Delta, e solo così hanno potuto imparare qualcosa.

Anche Mick Fleetwood racconta della difficoltà di suonare con certi personaggi, ad esempio di Sonny Boy Williamson e dei membri della sua band dice che cambiavano sempre qualcosa ma, aggiunge "loro facevano bene, ero io che sbagliavo". Diverso invece l'atteggiamento di Eric Clapton, il quale dichiara che il periodo passato a suonare con gli Yardbirds e Sonny Boy Williamson ("accoppiamento interessante", dice) fu un brutto periodo, in cui visse spesso situazioni di disagio, ma è sincero anche lui a suo modo. In pratica non andò tanto d'accordo con Sonny Boy (perché "io non sono un tipo accomodante"), ma quando insinua "forse era perché non ero un grande ammiratore di Sonny Boy" sono rimasta un po' sconcertata. Ammette però che vicino a gente come Muddy Waters e Hooker si sentiva una nullità e non riusciva a muoversi. Presuntuoso era anche il fu Ken Coyler, del quale Clapton ricorda che era l'unico ai tempi a ben rifare il suono di gente come George Lewis e i suoi New Orleans Stompers (presenti sotto con "Sheik Of Araby"). In effetti si fa apprezzare il pezzetto della sua "Sing On", lo stile verace, ma qualcun altro (George Melly, un tale con una benda nera sull'occhio) racconta l'aneddoto di quando gli fu chiesto come gli era sembrato Louis Armstrong dopo un'esibizione dal vivo alla quale avevano appena assistito, e lui rispose: "Se la cava", senz'ombra d'ironia.

Tra le esibizioni in studio (in Abbey Road), convincente m'è parsa l'interpretazione di "Rambler's Blues" fatta da Van Morrison, Jeff Beck (sempre presente con vicino un invadente Tom Jones, che canta un po' di tutto e dappertutto), Jon Cleary (un bravo pianista inglese che ora vive e lavora a New Orleans, e si sente) e il sax di Peter King, quest'ultimo però non tanto adatto alla sonorità creata dagli altri musicisti, mentre invece "How Long Blues", sempre dagli stessi, è quasi irriconoscibile, se non fosse per le parole. Ottima l'interpretazione di una cantante di nome Christine Tobin che, con un'orchestrina capeggiata dal vecchio Lyttelton, rifà la dolce "Young Woman's Blues" di Bessie Smith. Abbastanza indifferente invece, nonostante la voce discreta, la "Drown in my own tears", da un'altra cantante sconosciuta da noi, Lulu. Jeff Beck, riuscito a fuggire dal protagonismo di Tom Jones (che in ogni caso ha ancora una voce notevole), interpreta alcuni brani in strumentale, come "Cry Me A River" e "Rollin' and Tumblin'", con accompagnamento di piano-contrabbasso-batteria.

Sicuramente bella la "Georgia On My Mind" di Spencer Davis Group che fanno ascoltare per qualche attimo; gruppo che non ha avuto il successo che meritava – per me lo meritava sicuramente più di Yardbirds o Cream (poi il canto di Winwood è davvero splendido, oltre ad essere un bravo pianista e chitarrista) e stupendo anche il filmato e il suono Stax di Booker T. & the M.G.'s con "Green Onions", dove l'inquadratura si ferma a lungo su un Donald 'Duck' Dunn giovanissimo. Ecco tre bianchi, due americani e un inglese, che sapevano come suonare l'errebì nero, intendo Cropper con Dunn, oltre a Winwood che quando si stancò di imitare bene la musica americana continuò comunque altrettanto bene a dare del suo in altro ambito.

Le interviste terminano con la descrizione da parte di ognuno del significato del blues, con Peter Green a sostenere che il blues è come una religione, ma che solo recentemente se ne è reso davvero conto. B.B. King come al solito ringrazia tutti quanti, soprattutto i bianchi del blues revival, che hanno permesso ai bluesman di colore di tornare in auge e di rimanerci, dagli anni sessanta in poi. Lui è sempre molto riconoscente, tutti sappiamo quanto è giusto questo discorso a livello commerciale, ma per il resto… era la loro musica quella che rappresentava la cultura di un intero popolo, non la nostra. Credo poi che il vero motivo per il quale il blues non potrà mai essere abbandonato, aldilà dei vari revival, si trovi nel blues stesso.

(*)  La musica americana, nella fattispecie il primo jazz, fece la sua comparsa in Gran Bretagna e a Londra anche molto prima, con l'Original Dixieland Jass Band, musicisti bianchi provenienti da New Orleans che ebbero molto successo, prima a Chicago soprattutto sotto la guida del cornettista Nick La Rocca, poi a New York con l'incisione di quello che sembra essere il primo disco di jazz, nel 1917 con la Victor. Il disco vendette un milione di copie e per più di un anno, tra il 1919 ed il 1920, si esibirono in Inghilterra, persino davanti a re Giorgio V. Alla Philharmonic Hall di Londra poi, nel 1919, la Southern Syncopated Orchestra di W. M. Cook fu una delle primissime orchestre nere americane arrivate in Europa. Qui compariva l'illustre Sidney Bechet, clarinettista che fece molta impressione sul direttore d'orchestra svizzero Ernest Ansermet, che scrisse di conseguenza un articolo in cui si dimostrò molto lungimirante a proposito di questa musica innovativa ed entusiasta del genio di Bechet, dichiarazioni che però molto più tardi sconfessò.


(Sugarbluz)
domenica 10 ottobre 2004

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