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B.B. King, David Ritz - "Il Blues intorno a me"
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L'autobiografia è una di quelle testimonianze che vorremmo ci avessero lasciato tutti i grandi bluesmen, una storia della loro vita raccontata dal loro punto di vista.
David Ritz, che ha collaborato con Riley B. King per la stesura di questo libro, dice  che è più interessante leggere la storia musicale e personale dell'artista raccontata da egli stesso, piuttosto che leggerla scritta da qualcun altro, che sia uno studioso, un amico, un appassionato del genere o entrambe le cose.
Naturalmente quest'idea è molto condivisibile. Il problema è che i grandi protagonisti del blues sono scomparsi e non possono più raccontarci di com'erano, di come gli appariva il mondo, se non attraverso i solchi incisi sui dischi.
Il problema è anche che, prima di scomparire, dopo magari una breve vita avara di riconoscimenti, per i bluesmen non era uso lavorare alla propria autobiografia, così come non lo era farsi videoregistrare o fare passaggi in tv. Non sono mai stati idoli delle folle, con orde di fans ad osannarli, almeno non lo erano prima dei vari blues revivals. Negli anni dai trenta ai cinquanta il grosso del loro pubblico era solo nero e locale. E anche prima, ovviamente.
La promozione di un artista blues non ha mai interessato nessuno, veniva fatto il disco se andava bene e poi messo lì, sugli scaffali dei negozi riservati ai neri.
Forse sarebbe stato acquistato da una ristretta cerchia di persone, quando andava benissimo sarebbe passato per radio, o nel juke-box, ma non tutti avrebbero avuto quest'ultimo privilegio; non erano investiti grandi capitali nel blues ed inoltre solo gli artisti capaci di sfornare hits attiravano l'attenzione dei promotori, non bastava essere solo bravi e ispirati.
Una sola cosa c'era in abbondanza: il numero dei locali in cui si suonava musica dal vivo. Per farsi conoscere dalla gente non c'era nient'altro da fare che girare e suonare, suonare e girare!
I bluesmen vagavano di porta in porta, di città in città e di stato in stato, ma anche esibendosi dal vivo più che potevano (B.B. King è uno di quelli che ha sicuramente raggiunto il record di concerti dal vivo, arrivando anche a 340/350 serate all'anno, per diversi anni consecutivi!) era difficile raggiungere la fama a livello nazionale (non dimentichiamo che gli U.S.A. sono assai vasti senza il supporto dei mezzi di comunicazione), e soprattutto era difficile avere fans bianchi prima degli anni sessanta, di conseguenza i posti dove  suonavano erano sempre gli stessi.
Se oggi un video e un prodotto musicale possono raggiungere milioni di persone alla volta, allora (ma anche ora) il bluesman raggiungeva con gli spettacoli dal vivo poche centinaia di persone e tutte relegate in un determinato luogo, persone alle quali non restava altro del bluesman che la memoria di quell'esibizione, da raccontare ai figli e ai nipoti.
Per forza quindi che, tra gli appassionati di oggi, l'uscita di un libro sul blues narrato anche non dal protagonista stesso, o di qualsiasi altro supporto artistico/informativo, susciti sempre un grande interesse.
Il caso di B invece è quasi unico. Ha attraversato un'epoca d'oro ed è ancora qui tra noi. B ha potuto direttamente regalare ai suoi fans oggi (il libro è stato pubblicato negli States nel 1996) i suoi ricordi del cuore, come titola il primo capitolo, e questa è una mossa tipica di chi ha raggiunto la fama.
La sua fortuna è stata quella di vivere a lungo e di promuoversi benissimo.
Oddio, noi l'avremmo conosciuto lo stesso ed è anche per questo che non abbiamo granché bisogno della commercializzazione del blues, ma la stessa cosa non si può dire di tante altre persone che l'hanno conosciuto e apprezzato solo perché B è riuscito ad entrare in quella parte di business musicale che al blues è stata da sempre negata.
La sua storia è stata quella di esistere a cavallo del più grande periodo storico della musica moderna, con gli anni dai '30 ai '60 impegnati a sviluppare il blues ed a rappresentare ai massimi livelli di creatività le affascinanti varianti della black music, la musica che ha fatto da genitore e da traino a tutta la musica americana.
Questo fatto però è vissuto da B come una sfortuna, a livello di riconoscimento pubblico e di fama, per via di non essere mai stato focalizzato dai critici come appartenente genuino di una o un'altra categoria, e per questo snobbato per lungo tempo.
Troppo moderno per i cultori del country blues ed allo stesso tempo troppo antico per i giovani neri che, com'è sempre successo e succede anche oggi, in campo musicale seguono soprattutto l'ultima tendenza del momento.
Durante questo periodo musicalmente unico in cui nacquero e si svilupparono il blues, il jazz, il gospel, il rhythm'n'blues, il rock, il soul la sua "incapacità" fu, come racconta lui stesso, il fatto di non poter cavalcare con successo nessuno di quei cavalli, dovendo aspettare la fine degli anni sessanta per essere riconosciuto come artista blues, anche se si trattava di rhythm'n'blues, termine però che a quei tempi non si volle usare più.
Era più moderno scoprire il vecchio blues, piuttosto che parlare ancora del recente rhythm'n'blues, perché si sa che le cose di solo un decennio prima hanno meno fascino di quelle di qualche decennio prima.
Questo è probabilmente il fatto tecnico più indicativo che emerge dal racconto della sua personale epopea musicale attraverso le mode, gli stili, le città, con Memphis a fare da calderone per lo sviluppo del blues moderno, nonché del rhythm'n'blues e del rock'n'roll.
Aldilà poi degli aspetti tecnici, delle informazioni che trapelano a riguardo di altri artisti, che si leggono sempre volentieri, anzi per dirla giusta informazioni che si divorano con estrema curiosità ed aldilà della comprensione del suo esclusivo rapporto con la musica e la sua chitarra, il libro è anche un bel romanzo che, se dal punto di vista dei contenuti difficilmente poteva deludere il blues fan, rischiava invece di traballare nell'aspetto narrativo.
B si rivela invece, aiutato da un biografo come David Ritz, eccellente narratore di se stesso, di storie e sensazioni, ricordi e impressioni che sono sinceri e veri anche se non lo fossero in realtà (o non lo fossero agli occhi di altri), perché pone sempre l'accento sulle semplici emozioni date dai fatti, più che cercare un'interpretazione degli stessi filtrata attraverso una magari noiosa ricostruzione storica perfetta, o cercare gli eventi memorabili più importanti. Preferisce raccontarsi come uomo, e non sempre come uomo di spettacolo.
La "missione" di B è stata quella di voler attrarre sul blues le stesse attenzioni e risorse che sono dedicate alla musica rock o pop e con questo qualcuno potrebbe forse dire che la missione è riuscita per metà, nel senso che la fama è stata più sua personale che non del genere blues, e che in questa ricerca può essersi concesso ad esperienze non pure e, nei peggiori casi, commerciali.
Ma, si sa, le onde della critica vanno e vengono. Se quello che faceva B negli anni cinquanta poteva non piacere alla critica fan del blues tradizionale del sud, poteva poi piacere alla critica degli anni sessanta alla riscoperta del blues e di tutto ciò che era nero, come può di nuovo non piacere alla critica di oggi in cerca di bluesman "autentici". Come si sa è tutto molto relativo e i gusti vanno e vengono, mentre gli stili e le epoche rimangono sempre quelli.
B, se volete con una fedina blues non immacolata, ci insegna che la musica è quella dell'artista, che va accettata per quello che è nella sua qualità, e che il suo carattere positivo ha fatto sì che riuscisse ad imporsi con quello che era e voleva essere, che amava e che suonava, senza voler sentirsi per questo escluso da un genere musicale che non solo l'ha cresciuto, ma è parte del suo DNA.
Forse è per colpa di quella non precoce riconoscenza ufficiale se per imporsi si è spinto su territori nuovi ed inaspettati, forse se lo ha fatto è una conseguenza di quella voglia di emergere, che gli ha dato la forza di diventare un simbolo, uno stile, un grande cantante e chitarrista ma, forse, è anche perché è vissuto a lungo sulla breccia, e questo difficilmente si perdona ad un "autentico" bluesman.
Allora se, per caso, è a causa di tutti questi forse… che male c'è ad essere B.B. King?


















(Sugarbluz)




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