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 Eleonora Fagan and William F. Dufty - "Billie Holiday - La Signora canta il blues "
Libri

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Eleonora Fagan nasce a Baltimora, o forse, per un caso, a Philadelphia, quando suo padre ha 15 anni e sua madre 13, o forse 16.
Più che recensire il libro in quanto libro, il rischio che corro è di raccontare di Billie Holiday e basta, perché qui non si trova altro che un crudo riassunto della sua vita, un po' di spazio ogni tanto per considerazioni personali e nulla più. Questo è uno dei motivi per cui bisognerebbe leggerlo.
Un avvertimento però devo darlo, non è una passeggiata, emotivamente.
Una sceneggiatura blues come questa, a noi avvezzi, sembrerebbe roba da ragazzi, perché è simile alle storie raccontate nelle canzoni, solo che qui è un unico, doloroso blues, senza fine; rimarrà deluso quel qualcuno dall'animo tenero che spera via via in una rivincita. Non c'è niente che mitiga, se non lo stile del racconto, così scarno, essenziale, a tratti cronaca, quasi impersonale, allo stesso tempo confidenziale.
Non so quanto della Holiday narratrice ci sia qui, forse niente, visto che sosteneva di non averlo neppure letto, ma la vita è la sua. Billie forse ha confidato, con la sua inimitabile voce, e qualcuno come William Dufty nel 1956 ha ascoltato e compilato.
Forse c'è un'esigenza in questo stile. L'esigenza di una che vuole raccontare, per poi dimenticare e non parlarne più. Sarebbe stato troppo da libro Cuore ricamarci pure un po' su. Troppo facile e troppo inutile, il suo blues era già al naturale un'ulcera che bruciava per conto suo.
Billie non vuole piacere a forza, né far pena. Ciò che voleva era solo essere apprezzata come cantante, come interprete blues. Che poi significava essere accettata per ciò che era. Non era mica un lavoro, per lei.
Cantare "Cagnolino alla finestra", quello sì sarebbe stato un lavoro, ma avere a che fare con "The man I love" o "Porgy" non era per niente faticoso, era "facile come stare seduta ad un tavolo a mangiare l'oca arrosto alla cinese" e poche cose le piacevano come l'oca arrosto alla cinese.
Bella e orgogliosa come una donna di Gauguin, Eleonora sfiorì presto.
Da bambina botte, tante botte, dalla cugina Ida, la sua prima fustigatrice, con i pugni, con la frusta e tanti scalini da pulire, quelli che nelle zone residenziali bianche americane stanno davanti all'entrata delle case, a Baltimora come ovunque, da sbiancare for five cents. Poi bordelli, violenze d'ogni genere, fisiche e morali, riformatori, tribunali, prigioni, droga. Istituti cattolici, dove a chi sgarrava era messo un vestito rosso, simbolo di vergogna, con indosso il quale non si mangiava, né si parlava con le altre, ma non bastava, per castigo dovette passare una notte in compagnia di un cadavere di una bambina coetanea, ex-vestito rosso pure lei.
Tutt'altro che accondiscendente, rabbiosa e ribelle, piuttosto che starsene buona era capace di battere contro il muro fino a farsi uscire il sangue. Una selvatica alla continua ricerca di dignità. La madre e un cane devoto, i suoi affetti più veri e duraturi. Poi la musica.
L'unica cosa bella a 7 anni, al bordello dove faceva le pulizie, il salottino di Alice, così chic da possedere un grammofono e così in gamba, Alice, da comprare i dischi migliori. L'unico posto dove bianchi e neri s'incontravano tranquillamente, e il posto dove sente per la prima volta le incisioni di Louis Armstrong e Bessie Smith. Bessie e Pops, ecco quello che la scombussolava davvero!
Così nel libro il blues vissuto si mischia al blues cantato, e diventa Lady Day.
Tante storie, tante canzoni, tanti musicisti, il suo amatissimo amico Lester Young ("per me era il migliore del mondo"), ma anche il racconto di tanti altri personaggi, amicizie, inimicizie e collaborazioni illustri, Benny Goodman, Count Basie, Louis Armstrong, Roy Eldridge, Mildred Bailey, Gene Krupa, Lionel Hampton, Buck Clayton, Don Byas, Benny Carter, Coleman Hawkins, Fletcher Henderson, Artie Shaw, Gerry Mulligan, Ben Webster e così via, e di tutti dice qualcosa, compresa la descrizione di una Sarah Vaughan poco riconoscente, con tutto il contorno dei comprimari, dei locali, delle città, delle difficoltà dell'esibirsi con la pelle nera, seppur la sua fosse più chiara dall'eredità di una bisnonna, schiava-amante di un padrone di sangue irlandese.
Musica, filosofia spicciola, grinta da vendere, spalle robuste, humour "afroirlandese", fame d'amore per la vita, e per gli uomini nonostante tutto: ecco qualcosa di quello che emerge da questa autobiografia da far invidia alla più intricata e spietata telenovela, quella che mai vedremo in tv.
Chiude il libro un'ottima postfazione di Luciano Federighi, il quale, in cinque pagine, dà una descrizione della Holiday artista che più precisa ed esaustiva non si può. Cito alcune frasi ben riuscite: "Dischi di eccezionale forza emotiva e malinconica suggestione carnale", "… con le sue modeste proporzioni riscattate da una sottile dinamica timbrica, da una personalissima tensione ritmica e modulatoria, la sua voce "meravigliosamente umana" (come l'ha definita Sheila Jordan) più di ogni altra sembrava poter toccare qualunque emozione, proiettarla con immediatezza e sincerità, trasmettere a chi ascolta il senso profondo di un'esperienza".
Federighi mette sotto la lente d'ingrandimento il canto di Billie e ce ne riporta dettagliatamente la sua natura, il suo essere, la sua evoluzione e il successivo decadimento, esaminando le sfumature già presenti ed occorse di anno in anno, a seconda delle canzoni, dei dischi, delle collaborazioni.
Come suggerisce sempre Federighi, ascoltarla è una sensazione di dolore e meraviglia, come lo struggente chiaroscuro di un tramonto.
Sì, Lady Day era il crepuscolo indolente, non era né giorno né notte, ma qualcosa di eternamente in bilico, tra ansia e quiete, vendetta e perdono, gioia e malinconia, fragilità e forza, inferno, paradiso.









(Sugarbluz)




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