Campli Blues Festival 2005
Enter the Juke Joint!
Now there'a place down the street, they call it the Tip In In, let's go on down baby, that's where the fun begin - Slim Harpo
Home
The Blues
Who's who
Dischi
Video
Libri
Labels
Luoghi
Photo Gallery
Contenuti
Blues in Italy
Recensioni
Concerti
Artisti
Clubs
Festival
Management
FAQ
Blues Mailing List
Email:
Luciano Federighi - "Strani blues dell'Ovest"
Libri

Anno:
Editore:
 



Sette racconti d'ispirazione musicale, originati in parte dalla fantasia ed in parte dalle esperienze vissute nelle diverse visite e soggiorni che l'autore ha compiuto negli Stati Uniti.
In questi racconti verosimili prevale l'impostazione tecnica da studioso, l'analisi, seppur appassionata, da attento osservatore e grande storico della cultura e della musica afro-americana e americana, impostazione che prevale assolutamente rispetto a quella di una libera narrazione.
Il fine principale, infatti, non sembra essere quello di narrare storie di vita possibili prese in un attimo qualsiasi (o forse cruciale), anche se nel complesso lo fa, rappresentando, pur da osservatore esterno, ma "emotivamente e intellettualmente coinvolto" come dice lui stesso, un lato umano (e professionale) latente e sicuramente in crisi, dentro un mondo fatuo che sfugge a qualsiasi logica.
I personaggi a tratti sembrano voler prevalere sulla musica, ma poco lo fanno, persi o nascosti dentro una scrittura ricca, quasi barocca a volte, strabordante di parole e d'immagini, anche suggestive, che però a volte si fatica a cavalcare con il giusto ritmo e comprensione.
E' la parte descrittiva in generale, ma in particolare quella musicale, sempre precisa, a prevalere, essendo mezzo, o causa, per arrivare ad un racconto non tanto delle vicende esistenziali dei protagonisti delle storie, conosciuti o sconosciuti che siano, quanto epocale, culturale, sociale, musicale: m'è sembrata una specie di estesa recensione ma non su un personaggio, una canzone, un disco o un concerto (si trova invece nell'introduzione la descrizione di un concerto di vecchie glorie R&B all'alba degli anni ottanta, cangiante e precisa, che con il ritrovamento di vecchi e scarsi appunti ha ispirato il libro nonostante, anzi proprio a causa di questa, aver assistito all' "ebbra débacle" artistica e umana di Percy Mayfield, da pieno viale del tramonto), quanto piuttosto una recensione, anzi un atto - intellettuale - d'amore, sul grande universo americano e afro-americano, impregnato di 50-70 anni di musica di valore incalcolabile, essendo l'autore "abbagliato", come scrive nella prefazione, "dal luminoso scenario della grande musica americana".
Nel lettore nasce però una lettura forse non proprio sfiancante, ma difficile, tortuosa, che merita (senz'altro lo merita, anche se può a tratti annoiare) un'attenzione massima, per non perdersi questo o quel significato: Federighi sembra proprio non conoscere la crisi aggettivale che eventualmente s'affaccia nel critico, nel commentatore, a volte scarno d'idee nel raccogliere su carta le imprendibili atmosfere e i significati della musica, forse la massima astrazione artistica presente sul pianeta Terra.
Abbiamo così l'esperienza più verosimilmente autobiografica, con il piccolo discografico inglese che cerca disperatamente un ancora attivo grande blues crooner di nome Buddy Lee (ispirato forse da Roy Brown, che vede in concerto con Pee Wee Crayton la stessa volta di Percy Mayfield) che ha recentemente lasciato tracce nel desolante deserto urbano californiano tra Berkeley e Oakland, per offrirgli un disco ed eventualmente una tournée, e che quando poi lo trova non gli rivolge neppure la parola, lasciandolo andare via a fine concerto, per rispettare l'uomo e la sua libertà; il rinomato critico italiano di jazz in crisi durante una missione in California, il quale dopo aver assistito a tanti concerti in due settimane si ritrova, durante l'ennesimo di questi in una casupola beatnik che s'affaccia su una baia, perso e bisognoso di respirare in veranda l'aria salvifica dell'Oceano, saturo di musica e povero di appunti scarni, sintetici, quasi presi per dovere più che per entusiasmo, con i fastidiosi e continui richiami al commento da parte degli amici americani, che lo vedono quasi come un santone, mentre lui è solo preso, nonostante la buona musica all'interno della casa e qui sta l'assurdo, dai sensi di colpa e dall'amarezza, anche per non ricordarsi più della musica, tra le tante, di un musicista da lui conosciuto che ha appena saputo essere scomparso direttamente dalla madre, continuando quest'ultima a parlargliene, cercando da lui conferme e impressioni; poi il viaggio giovanile, in epoca guerra nel Vietnam, di due ragazzi italiani musicisti dilettanti nella New York del Festival del Jazz, da poco trasferitosi lì da Newport, ebbri di musica e di libertà, confusi ed eccitati dalle innumerevoli proposte nelle chiese, nelle hall, nei parchi.
Il racconto più lungo invece è il tramite per parlare dell'immensa, e intensa, Esther Phillips, nel libro Ruth Mae Foster, e della sua voce inclassificabile, imprendibile, irripetibile, densa d'emozioni uniche, attraverso le sensazioni di un collega ossessionato da lei, stordito dalla gelosia o semplicemente dalla voglia di proteggerla dalla malsanità del music business, in un noir metafisico dove persino il sempre latente, vitale terremoto della costa californiana è visto come un'abitudine, un rimedio a cui appellarsi e da invocare quando le cose vanno male, per scuotere il mondo che ci ignora, per annullare le nostre cattive intenzioni e i nostri cattivi pensieri, e viceversa una ricorrente angoscia minacciosa quando s'assapora quel piccolo pezzetto di felicità, controproducente perchè non fa altro che ricordarci quanto essa sia effimera, breve e volatile, come la giovinezza, la bellezza, il successo. E' un giorno qualunque che non sarà ricordato come un giorno qualunque, un ordinario giorno di follia.
Incomprensione, senso di solitudine, di alienazione e di vuoto si ritrovano anche nel racconto, che si svolge attorno al bancone di un bar, originato dalla morte improvvisa di un famoso ed ancora grande sassofonista ellingtoniano, di stanza a San Francisco, che qui sembra però essere ricordato e amato solo dal barista, dal proprietario, da quelli della band e dall'unico intenditore presente, assiduo frequentatore del locale che lo ha avuto come ospite e attrazione per diverse serate.
In un altro episodio è Little Fenton, cioè Little Milton, ad essere raccontato da un road manager in erba, che però lo apprezza e si fida tanto di lui per la sua compostezza artistica e professionale, da rischiare una tournée nel sud, in cui avrà la dimostrazione dell'esistenza di una certa gerarchia musicale "nera" esistente tra l'artista affermato e quello che mai è riuscito a sfondare, dettata dal disprezzo verso la debolezza.
Alla fine ancora autobiografia, forse, con la storia di un vecchio professore, docente di musica, che teme d'essere odiato ed incompreso dai suoi studenti, per via degli argomenti che propone, per lui appassionanti, per loro ostici e noiosi,  incerto se continuare o no a farlo, nonostante provi soddisfazione egli stesso per la sua arte oratoria. La lezione narrata è il pretesto che permette all'autore d'inserire un excursus, un piccolo viaggio, o saggio, sull'uso ammiccante, irrivente, ghignante, parodistico, o altre volte doloroso e nostalgico, della tematica gastronomica nelle canzoni americane, bianche e nere, dell'era pre e post bellica (II), sia come double entendre che come scansione lirico-ritmica, nel jumpin' jive, nello swing delle big bands, nella tradizione sudista in particolare quella louisianne, nel rock'n'roll, nell'R&B di Louis Jordan e quello texano.
In tutti i racconti non c'è un vero inizio, non una vera fine, i personaggi del libro stanno già agendo da tempo, da anni, quando l'autore li descrive e li fa "agire" (in realtà non c'è azione o quasi, solo pensiero e musica), come se entrassimo ad un concerto già quasi finito ed il climax fosse al contempo caldo per il vissuto, ma anche già freddo e triste per la sua prossima fine, il silenzio, il buio che presto sopraggiungerà.
La mancanza di emozioni vere, e al contrario il vortice folle di troppe grandi emozioni abbozzate e poi abbandonate, sembra essere la sensazione portante, con i lettori che vengono informati sì dei blues, non tanto "strani" per la verità (il titolo è stranamente privo di aggettivi originali), che attanagliano i protagonisti, e ognuno di noi, ma non ne vengono realmente, a mio avviso, resi partecipi fino in fondo: un libro carico di spunti e di situazioni possibiliste, che però, alla fine, ambiguamente, non lasciano tante emozioni.
Forse per il suo carattere breve e non incentrato su un'unica storia, forse per lo stile ancora troppo tecnicistico pur nella fantasia, condensamente descrittivo per questioni strutturali e anche del fine ultimo, è in definitiva un libro interessante e cognitivo per chi come l'autore è affascinato da quel mondo musicale, ma non abbastanza soddisfacente per quella parte che vorrebbe ancora viverla con il cuore, quella storia, non solo leggerla con la testa.








(Sugarbluz)




Segnala questa pagina...






Info | Contatti | Join Us | Credits | Abuse | Links
© 2002-2010. Bluesiana.it