Alcune
sono entrate nella leggenda, altre hanno operato
a malapena per un paio d'anni prima di chiudere
i battenti. A volte vi si poteva rintracciare una
vocazione quasi profetica, altre volte era palese
l'intento commerciale e specultativo.
Sono le labels, etichette
discografiche; microcosmi spesso a carattere regionale
che, attraverso il loro fondamentale ruolo, hanno
consentito al blues e alla musica afro-americana
in genere, di oltrepassare il confine del contesto
etnico legittimandoli come inequivocabile fenomeno
sociale, culturale e commerciale.
Il ricco mercato americano, unito alla rapida diffusione
di massa delle tecnologie di riproduzione musicale
determinarono il mariera decisiva l'interesse di
compagnie, investitori, o semplici avventurieri
verso il mondo dello show-business. Se da un lato
"colossi" quali la Columbia si assicuravano
le incisioni delle stars dell'epoca (Bessie Smith,
Robert Johnson, ecc.) dall'altro una generazione
di sconosciuti pionieri, da Sam Philips (Sun Records)
fino a Chris Strachwitz (Arhoolie) e Robert Koester
(Delmark), riuscirono a catturare forse gli aspetti
più genuini e innovativi della musica blues.
Col passare degli anni il ruolo trainante ricoperto
da molte etichette si è pressochè
perso lasciando spazio al solo aspetto commerciale.
Il cambiamento risulta inevitabile anche alla luce
delle mutazioni subite dal blues stesso, divenuto
sempre più momento di intrattenimento piuttosto
che strumento di identificazione e orgoglio collettivo
all'interno della stessa comunità nera. Ma
qui il discorso ci porterebbe molto lontano e sarà
magari approfondito in un'altra area tematica.
Oggi lo scenario risulta estremamente frammentato,
l'etichetta "faro" non è più
così facile da individuare. Rimangono alcuni
produttori "maggiori" (penso ad esempio
all'Alligator) ma spesso emergono più per
"fatturato" che per illuminazione artistica.
Il Sud continua, anche se a fatica e in tono sicuramente
minore rispetto ai '50s, a proporre esempi di realtà
locali sia come provenienza degli artisti che come
ricerca di un particolare "sound". Etichette
come la Fat Possum, la Rooster, la Antone Records
ad esempio, operano, o hanno recentemente operato
in accordo con quanto sopra descritto.
Il contesto extra-americano è ulteriormente
labile e spesso privo di progettualità: la
produzione è mirata ai più disparati
artisti nazionali oppure a quei bluesman d'oltreoceano
i quali, o perchè temporaneamente dimenticati
dallo show business statunitense, o perchè
sono semplicemente "di passaggio" vengono
"catturati" e registrati in sessions fugaci,
spesso prive del supporto di musicisti adeguati.
Una nota a parte merita la gloriosa etichetta francese
Black&Blue, la quale nel corso degli anni ha
saputo fare un uso eccellente dei musicisti americani
in transito. L'archivio relativo agli anni settanta
è davvero qualitativamente notevole, andando
a colmare alcuni imperdonabili vuoti lasciati dalla
produzione americana, vittima di un business
ampiamente ridimensionato. |