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Nel Luglio del
1960, il Jazz Festival di Newport, Rhode Island, rappresentava come
organizzazione e programma il migliore festival del mondo di jazz. Fondato nel
1954 dall’impresario George Wein, proprietario del primo jazz club di
Boston, lo Storyville, dai jazz fans Louis ed Elaine Lorillard e dai cittadini
di Newport, ebbe un successo quasi istantaneo. Newport fece da apristrada ai
grandi concerti all’aperto ed ebbe il merito soprattutto di portare i più
grandi musicisti di jazz fuori dei fumosi nightclubs, per farli esibire su un
concert-stage.
Se oggi vediamo
quasi regolarmente Brandford Marsalis o Harry Connick Jr. suonare negli show
televisivi americani della tarda serata, lo dobbiamo anche a Newport che, come
poi successive manifestazioni, contribuì a diffondere al grande pubblico ed a
preservare la vita del jazz e del blues per la seconda metà del secolo scorso.
Si da per scontato che oggi quasi in ogni città americana o europea ci sia un
festival dedicato a questo o a quel genere musicale e la varietà d’offerta è
impressionante. Ma Newport, fondato nel lontano 1954, va considerato quasi
sicuramente come il progenitore di tutti questi festival, il primo grande festival
musicale all’aperto degli Stati Uniti.
Il line-up di
Newport ’60 era composto dai più grandi musicisti jazz di quel periodo:
Cannonball Adderley, Nina Simone, Dave Brubeck Quartet, Maynard Ferguson, Dizzy
Gillespie Quintet, un piano session con Eubie Blake, Willie Smith e Don Lambert
con il Danny Barker Trio, la Gerry Mulligan Big Band, Louis Armstrong All Stars
con Trummy Young e Barney Bigard, Lambert, Hendricks e Ross, l’Horace Silver
Quintet, Dakota station, Oscar Peterson Trio con Herb Ellis e Ray Brown, Ray
Charles. Un vero paradiso per gli amanti del jazz, per ogni serata furono
velocemente venduti tutti i biglietti e pienone ogni serata. Nell’Agosto del 1960, in una recensione per
Downbeat, John S. Wilson, ora il maggior critico di jazz per il New York Times,
scrisse "è stata la miglior edizione per qualità e varietà del
programma del festival in sette anni di sua esistenza”.
La parte di
festival dedicata al blues fu organizzata per il pomeriggio di domenica 3
Luglio, al termine del lungo weekend di jazz performances. Un tumultuoso sabato
sera sembrò mettere a repentaglio lo svolgimento del programma dedicato al
blues del giorno successivo. Questa edizione del festival, tralasciando le
contestazioni sociopolitiche di Mingus assieme
ad Eric Dolphy e Max Roach sulla commercializzazione del jazz al
festival e l’organizzazione del
provocatorio "controfestival" dei cosidetti "Ribelli di
Newport", fu ricordata come l’edizione del grande riot
o se preferite del grande “casino”.
La serata del sabato il Freebody
Park era pieno, furono stimati circa 10.000-15.000 giovani
contestatori, pieni di birra dalla testa ai piedi, che cercarono di sfondare
gli ingressi al parco per entrare senza biglietto: il risultato fu scontri con
la polizia, finestre e teste rotte e la dichiarazione di legge marziale nello
stato. Il giorno successivo il City Council di Newport e gli organizzatori
decisero di annullare i successivi due giorni di festival, solo il programma di
blues del pomeriggio di domenica rimase in piedi e meno male, visto che i
presenti ebbero la fortuna di assistere alla memorabile performance di Muddy
Waters.
Il line up del
pomeriggio blues comprendeva: John Lee Hooker, Jimmy Rushing, Butch Cage &
Willie Thomas, Sammy Price ed infine quella che nel programma era definita come
la “Muddy Waters Orchestra” e forse pensando agli intrecci di chitarre,
piano e armonica che contraddistinguono la musica di Muddy mai definizione fu
più appropriata, non una semplice blues band, ma una vera e propria orchestra
elettrica fatta di rudi chitarre, moanin’, ricami di pianoforte e armonica a
go-go. Il poeta nero Langston Hughes lesse i suoi versi prima di introdurre
ogni singolo artista, un eterogeneo pubblico composto soprattutto da giovani
bianchi amanti del jazz si preparava a vivere una giornata indimenticabile nel
segno del più autentico blues, entrando in contatto con la cultura dei neri.
Per Muddy
Waters, l’esibizione a Newport rappresentava la possibilità di essere
apprezzato da un largo pubblico, di diventare finalmente una star come già lo
era nei blues clubs di Chicago e nei jukeboxes della Windy City. Con un lavoro
precedente di 12 dischi tra il 1951 e il 1958 tutti inseriti nelle charts di
Billboard non era certamente un novellino, ma suonare contemporaneamente per
tante persone nell’atmosfera quasi formale di un jazz festival e con un tempo
determinato di un set già definito, rappresentava certamente per lui una
novità.
A volerlo con
decisione al festival jazz sembra sia stato Nesuhi Erthegun
vicepresidente della Atlantic Records. Erthegun si recò allo Smitty’s Corner,
tra la 35^ e Indiana a Chicago, tana dei jazzmen moderni come Cannonball
Adderley ma soprattutto tana di Muddy e la sua band. Ascoltò Muddy e rimase
letteralmente sbalordito. Pochi mesi dopo tornando da Chicago, chiese a Wein di
inserire Waters e la sua band nel programma del pomeriggio blues di Newport,
definendola con entusiasmo come la migliore blues band della nazione. Il
compenso offerto per la partecipazione però non era particolarmente redditizio
e sembra che Muddy abbia avuto più di un dubbio nell’accettare l’offerta di
Wein, considerando anche che si sarebbe dovuto esibire di fronte ad un pubblico
di jazz-fans dalle orecchie raffinate e la cosa lo preoccupava abbastanza. A convincerlo con insistenza fu il
batterista Francye Clay che alla fine ebbe la meglio sulle resistenze di
Waters.
Muddy scelse con
molta attenzione il suo set da proporre, prese i suoi migliori blues dalle sue
“hit list” come ”I’m Your Hoochie Coochie Man”, un suo cavallo di battaglia scritto da
Willie Dixon e due blues registrati nello studio Chess di Michigan Avenue a
Chicago appena un mese prima con la stessa band, sempre scritti da Dixon: “Tiger
In Your Tank” e “I Got My Brand On You”.
La “Orchestra”
di Muddy era composta da James Cotton all’armonica, allora giovane,
sgargiante ed intenso armonicista, Otis Spann, dal tocco sicuro e
maestoso al piano, Pat Hare alla seconda chitarra, non certamente
un’indistinta presenza all’ombra di Muddy e la sezione ritmica con Andrew
Stephenson al basso e Francis Clay, appunto, alla batteria.
Dopo l’esibizione di John Lee Hooker, il concerto di Muddy si apre con “Catfish
Blues” (non come sembra dal disco Chess con I Got My Brand On You)
come testimoniano le immagini del meraviglioso video girato dalla U.S.
Information Agency e poi trasmesso nella serie televisiva “Jazz USA”. Questo
rimane un memorabile documento di quella che fu l’esibizione di Muddy a
Newport, oltre naturalmente al “Live at Newport” edito dalla Chess
Records. Il bluesman di Rolling Fork si presenta con completo grigio,
camicia bianca, cravatta bianca, calze bianche, scarpe bianche: la foto degli
archivi Chess di Burt & Kathie Goldblatt che lo ritrae seduto, imbracciando
una chitarra modello Monterey, varrebbe da sola l’acquisto del CD! Dopo “Catfish”
(erroneamente attribuita ad Otis Spann in altre incisioni), la chitarra di
Muddy non è più in evidenza forse per concessione al pubblico jazz o per una
sua preferenza, sta di fatto che il microfono è li davanti e Muddy sommerge le
orecchie dei jazzofili con la sua potente e vibrante voce.
Nel video si
possono osservare donne in abiti estivi e uomini in giacca e cravatta a
dispetto del cocente sole di Luglio, andare letteralmente in delirio per la
Muddy Waters Orchestra. La gente applaude, canta e grida in un crescendo
emozionante con “I Got My Mojo Working”, dove Muddy eccitatissimo prende
Cotton tra le braccia e comincia a danzare con lui, facendo scoppiare a ridere
anche il resto della band. Al termine chiuderà il concerto il blues cantato da
Otis Spann e scritto (quasi sull’istante) da Langston Hughes “Goodbye
Newport Blues”: la riunione degli organizzatori era appena finita e la
decisione era presa, fu praticamente la triste dichiarazione che il festival
finiva lì, visti i disordini della sera prima.
Di questa
formidabile esibizione rimane un documento fondamentale per la discografia del
blues, come accennato: Il “Live at Newport”. Questo disco inciso
per la prima volta dalla Chess nel 1960 e poi più volte ristampato contiene,
nell’edizione del 2001 rimasterizzata dalla MCA, ulteriori 4 canzoni registrate
agli studi Chess nel Giugno del 1960, ovvero una versione ben più veloce di
quella suonata a Newport di “I Got
my Brand on You”, “Soon Forgotten” di James Oden, “Tiger In Your
Tank” (Dixon) con uno strepitoso riff di chitarra non presente nella
versione suonata a Newport che per contro ha però il pregio di una più intensa
armonica di Cotton in sottofondo e “Meanest Woman” scritta dallo stesso
Muddy e retro del singolo Chess 1765 di “Tiger in Your Tank”.
Il live di
Newport è raccontato nel disco Chess con in apertura una meravigliosa “I
Got My Brand On You”, la presentazione di Langston Hughes non deve
trarre in inganno “Muddy Waters…Muddy Come On…!” e poi applausi… dopo parla Muddy “I wanna
thank You Ladies and Gentlemen this is a brand new I would make you call… I Got
my brand On You…”. Ad un ascolto veloce sembrerebbe l’inizio del
concerto, in realtà si avverte un clamoroso stacco tra la frase di Hughes e
quella di Muddy. Trucchetto
Chess Brothers! Bene, poco ci interessa perchè inizia come al solito Muddy con la sua
chitarra, Cotton è come il Big Muddy in piena, dritto ed intenso con
l’armonica, un continuo ed intenso accompagnamento che crea la tensione
necessaria.
Prima di
soffiare sull’armonica un buon armonicista di blues dovrebbe imparare ad essere
così: semplice, essenziale, lavorare quasi nell’oscuro del torbido suono che
crea Cotton in “I Got My Brand On You”. Incessanti trilli, moanin’
d’armonica, sotto la meravigliosa voce di Muddy. Questo è il segreto del sound
di questo incredibile blues e forse è il segreto del Chicago Style. Hoochie
Coochie Man è magistralmente eseguita, ma non mi soffermerei troppo
sullo straconosciuto blues di Dixon, da alcuni criticato in questa esecuzione
perché poco incisiva. Forse l’attenzione al pubblico jazz dovette far essere
meno spontanea e infiammata come al solito l’esecuzione di “Hoochie Coochie”.
In “Babe
Please Don’t Go” la band prende definitivamente il volo, il treno è partito
e va che è un piacere, fischia e sbuffa, grande il lavoro della ritmica che
pare infiammarsi nei soli di Cotton.
In “Soon
Forgotten” Muddy presenta e respira prima di mettere mano alla sua
chitarra, qui è in evidenza il lavoro di Otis Spann e di Cotton che sembrano
abbracciarsi alternando sapienti ricami
in risposta alla voce di Muddy, con frazioni di secondo di piccoli
silenzi che pesano come macigni. La nuova (per il 1960!) Tiger in Your
Tank è un concentrato di devastante ritmo e ironia, l’inizio è compito
di Otis Spann, ma Muddy si farà vivo più tardi sul solo poche volte col suo
riff di chitarra che ritroveremo invece molto più presente (quasi
ossessivamente) sulla versione da studio. Onestamente non saprei proprio quale
scegliere tra le due versioni entrambi meravigliose, forse la versione live è
più genuina, per molti motivi. Da notare tra le due versioni il cantato, dove
in quella suonata a Newport ripete ossessivamente l’inciso “I put a Tiger in
Your Tank” , dando l’impressione di ripeterlo anche dove avrebbero dovuto
esserci altre parole. Sulla seconda strofa sembra avvertirsi lo scollamento tra
Muddy e la band dove addirittura Clay si ferma e riparte quasi subito, magari
nel tentativo di intuire cosa Muddy avesse in testa. Il finale invece è proprio
incerto e Muddy chiude la partita bruscamente con il suo classico turn-around
di chitarra.
Cosa successe?
Ce lo racconta James Cotton molti anni dopo in una intervista: “ Otis Spann
ed io avevamo provato le parti di armonica e piano basandoci sulla versione
originale con le parole scritte da Dixon nel preciso ordine. Quella era la
canzone da suonare al concerto. Alla fine del concerto Muddy venne da me e mi
disse che avevo sbagliato a suonare le mie parti. Io risposi che avevo suonato
quello che avevamo provato con le parole giuste e che invece era stato lui a
cantare il testo sbagliato. Mi guardò e
rispose “Io sono Muddy Waters e non faccio cose sbagliate!!! Sei solo
arrabbiato!”. Qualche settimana dopo Muddy riascoltò la registrazione
del concerto allo studio Chess e mentre riascoltava cercava di cantare le
esatte parole. Fu chiaro e realizzò in silenzio che dopotutto era stato lui a
sbagliare. Esattamente 31 giorni dopo mi chiamò e mi disse “ Andiamo nello
studio! Io non ti chiederò mai scusa, tu sei sotto contratto, un musicista in
affitto, e basta così!”.
Forse la
tensione sul palco si avverte con l’inizio esitante di “I Feel So Good”
di Big Bill Broonzy, ripreso anche da J.B. Hutto in una straight version, ma
con un grande lavoro di Francey Clay alla batteria, la band torna a volare tra
il tripudio della gente.
“I got My Mojo Working..
Woman…You Ear Me?” dice Muddy…battono le mani in sottofondo,
vengono i brividi solo a chiudere gli occhi ed immaginare di essere lì. Il
coinvolgimento è totale ed il “Mojo” viene ripreso una seconda volta,
un’orgia di blues, signori! Il Mojo di Muddy sta lavorando invece, eccome!
Chiude il disco Goodbye Newport Blues, di cui abbiamo già
parlato, da notare lo stupendo lirismo del piano e della voce di Otis Spann, la
sofferente cromatica di Cotton, gli interventi saggi e lancinanti di chitarra,
la festa è finita e gli amici se ne vanno. Magari se ne vanno pure litigando ma
questo è il blues! Una testimonianza vera quella del live at Newport, dove si
avverte anche quell’affascinante senso di precario ed imprevedibile che si
porta sul palco solo chi suona con il cuore in mano ed il diavolo accanto! Un
vero bluesman soffre anche dell’ansia di suonare per platee poco avvezze al
ruvido blues chicagoano e questa, scusate il paragone, anche dalle nostre parti
è una preoccupazione più che sentita dai musicisti che fanno blues autentico e
con passione.
Forse Muddy, più
della sua band, era preoccupato della risposta del pubblico ed alcuni a
posteriori hanno notato questo approccio timido al palco all’inizio, ma è forse
dalla reazione entusiasta dei fortunati presenti dentro ai cancelli del
Freebody Park che Muddy e la sua band hanno trovato il giusto entusiasmo per
regalare una performance indimenticabile. Del concerto facevano parte anche
altre cinque canzoni omesse nella registrazione Chess nel LP del 1960, perché
considerate di qualità audio scadente.
Catfish Blues, come detto, e 4 blues strumentali:
Boogie Woogie, Slow Blues, Jump Blues e St. Louis Blues. Per
i curiosi ed amanti di Muddy e di Otis Spann, i 4 pezzi strumentali sono stati
pubblicati su un disco di Otis Spann dal titolo “Rare Recordings” JSP
1070 (St. Louis Blues è solo piano e batteria!).
Sulle righe
soprattutto direi Francye Clay. Devastante ritmica. Un punto di riferimento per
tutti i batteristi di blues la sua performance a Newport. La sua storia
meriterebbe un capitolo a parte ma brevemente possiamo dire che prima di
passare nella scuderia di Muddy aveva lavorato più in ambito jazz, anzi un vero
veterano di jazz ensembles. Nei ’40 e ’50 aveva lavorato con molti jazzisti,
soprattutto nella vecchia Jay McShann Band con Charlie Parker e Dizzy
Gillespie. Mentre suonava con Gene Ammons sentì in giro che Muddy aveva bisogno
di un batterista. Forse questa sua origine jazz spinse Clay a convincere Muddy
ad accettare il formale mondo del jazz presente a Newport, un mondo che Muddy
forse non vedeva di buon occhio, ma che era stato per decenni il mondo del
batterista. Comunque è lo stesso Francye, raccontando il suo approccio alla
rovescia cioè dal jazz al blues, che ci fa capire che straordinari artisti
abbiamo davanti e dell’importanza che tutt’oggi occupa nella memoria di Clay
quella esibizione.
"I was living in New York
and Jug was in trouble with the law and so I took it. I had never played
downhome blues before in my life. The band went one way and I tore out and went
the other. It was a horrible mess. Eventually we got together after a few days
and by the end of the week we were cookin'. Muddy said, 'I don't know what
you're playing but it felt good and it sounds good.' I ended up staying
with him at that time four years. Smitty's Corner in Chicago was our place
then. We used to have them lined up six nights a week, two blocks on 35th
Street, and two blocks on Indiana. We started getting writeups from all over
the world. That's when they came down to ask us to work Carnegie Hall. And we
were the first blues band to play the Newport Jazz Festival. That's the one
that did it. It's really the first time they exploited blues all over the
world, from that album, which was a big influence on the Rolling Stones and
Paul Butterfield and Mike Bloomfield."
Mi torna in
mente il titolo del programma del festival: non “Muddy Waters Blues Band” ma “ Muddy
Waters and His Orchestra”. Una vera e propria orchestra. Una orchestra
senza sfavillanti ottoni, senza partiture complicate ma dal sound deciso e
pieno, tutto sapientemente e così naturalmente amalgamato e dall’impatto come
un pugno sullo stomaco. Incomprensioni e paure comprese. Una orchestra fatta di
uomini che hanno fatto la storia del blues, di artisti naturalmente e
spontaneamente incredibili. Una ricetta che tanti hanno provato a ricopiare
negli anni successivi senza successo, l’inconfondibile sound di Muddy in questo
disco resta ancora insuperabile nella storia del blues.
Molta gente
ancora non ha capito cosa suonassero ma lo facevano bene ed aveva un gran
suono!
(Fred)
Brani di intervista tratti da:
- Conversation With a Blues Legend: James Cotton, Blues Harp King! (by Joe Curtis)
- A Touch of The Blues (by Tom Mazzolini)
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